une traduzione della rivista "Republik"

Nave da guerra russa, vaffanculo!

Il presidente russo Vladimir Putin ha raggiunto almeno un obiettivo: un nuovo ordine mondiale. È tornata la guerra dei sistemi. Ed è il momento di scegliere il campo in cui stare.

·

    La mattina dell’invasione, una nave da guerra apparse al largo dell’Isola dei Serpenti, in Ucraina. Alla richiesta di arrendersi, le 13 guardie di frontiera, irrimediabilmente in inferiorità numerica, si consultarono per qualche secondo, per poi rispondere: “Nave da guerra russa, vaffanculo!”.

    Se non ci inganniamo, tale frase rimarrà nei libri di storia. Perché le 13 guardie di frontiera non sono state le uniche a proferirla. Poco dopo, tutto il mondo libero l’ha ripetuta.

    Seguirono lunghi giorni in cui accaddero quasi esclusivamente cose improbabili. Nessuno avrebbe creduto, per esempio, che l’UE potesse agire con decisione, che l’esercito ucraino avrebbe difeso Kiev e che la Russia si sarebbe trasformata in una gigantesca Corea del Nord.

    In brevissimo tempo tutto si capovolse, come cento anni prima, secondo il detto di Lenin, tramandato dalla leggenda: “Ci sono decenni in cui non succede niente, e settimane in cui succedono decenni”.

    In tutto ciò, la cosa più inquietante è la chiarezza degli eventi. Quello che era stato impensabile il giorno prima, sembrava il giorno dopo non poter essere altrimenti. Era come svegliarsi in un incubo.

    O come se i pezzi di un puzzle si riunissero di propria iniziativa in un quadro.

    C’è davvero solo una spiegazione per tutto questo: era come se non si fosse visto in anticipo ciò che stava accadendo da molto tempo: la guerra covava da anni sotto le ceneri, non solo in Ucraina.

    Ora è scoppiata. E siamo di nuovo nel XX secolo. Di nuovo nella guerra dei sistemi: Democrazia o dittatura.

    Ed è di nuovo il momento di scegliere il proprio campo: Libertà o fascismo.

     

    Putin, il guastamestieri

    Fino al mese scorso, Vladimir Putin era considerato uno stratega freddo e senza scrupoli. Ciò era anche moralmente importante per lui. Perché la vittoria nel gioco di potere è l’unica giustificazione dei despoti: Tutti i misfatti sono così trasformati in realismo.

    Ma oggi le cose non stanno più così. Anche meditando a lungo, non viene in mente nessun politico che, dopo anni di preparazione, abbia ottenuto l’esatto contrario dei suoi piani:

    • L’obiettivo principale della guerra di Putin era quello di cancellare l’Ucraina dalle carte geografiche. Ed invece, l’ha trasformata in un simbolo di coraggio e di libertà. Non importa quale sia l’esito della guerra, l’Ucraina non scomparirà mai. Nulla unisce di più di una lotta giusta. E nulla è più immortale di un simbolo.
    • L’obiettivo secondario era quello di umiliare l’Europa e mostrare la sua debolezza. Ma il miracolo è avvenuto: l’UE ha raggiunto un accordo. E molto rapidamente. E sulle sanzioni più coerenti della sua storia.
    • E a lungo termine? La Germania si sta riarmando dopo decenni di moderazione. Ed è ben possibile che l’UE smetta di essere un progetto puramente economico - e si sviluppi in una potenza militare e politica. Inoltre, la NATO, precedentemente stanca, è tornata alla ribalta - e per la prima volta Svezia e Finlandia stanno pensando seriamente ad un’adesione.
    • Invece, è stata rivelata la debolezza di un’istituzione che tutto il mondo aveva temuto. L’esercito russo ha disonorato sé stesso. Nulla ha funzionato, i convogli sono caduti in imboscate, i trattori ucraini si sono impossessati dei carri armati. (In internet si diffonde la battuta per cui i contadini ucraini sarebbero il quinto esercito più grande d’Europa.) Al momento dell’invasione, sembrava doversi trattare di una guerra lampo; oggi, nessuno si aspetta più una vittoria russa.
    • La temuta industria propagandistica russa, costruita per anni, è stata distrutta nel corso della prima notte dall’Ucraina. Era come se qualcuno avesse spento le fabbriche di troll nel momento decisivo.
    • La Russia stessa ha perso ogni possibilità di un futuro come grande potenza. Economicamente, rischia la bancarotta. Sul piano interno, si è trasformata da un regno fondato sulla propaganda in un regno fondato sul terrore. Lo scenario più realistico sotto Putin è quello di diventare una colonia della Cina.
    • Per due decenni, il presidente Putin ha lavorato sulla sua immagine di uomo con le palle grandi come meloni. Ora è stato superato senza sforzo dal suo omologo ucraino Volodymyr Zelenski, che è rimasto a Kiev nonostante le bombe e gli squadroni della morte. Mentre Putin è immortalato come oratore inacidito seduto ad un tavolo lungo 20 metri.

    Non ha quasi importanza cosa ci riserva il futuro. Una tale figuraccia non può essere riparata. Il posto di Putin nei libri di storia è ormai chiaro - l’unica domanda è se tra i guastamestieri o tra i criminali.

    Forse è una consolazione per il presidente Putin che il suo fallimento non è personale, ma una malattia professionale. Se gli autocrati fossero saggi, dovrebbero pregare: Signore, fammi morire giovane! Perché i governi autocratici di lunga durata finiscono in violenza, agonia, disgrazia.

     

    La maledizione degli autocrati

    Vladimir Putin è al potere da oltre 20 anni. Passo dopo passo ha eliminato tutta la concorrenza: oligarchi troppo ambiziosi, politici e militari, la stampa libera, ora internet. (Ed anche di sua moglie non si è più sentito parlare ormai da molti anni).

    Ad un certo punto, non rimane più nessuno all’opposizione. E anche le persone molto sospettose non hanno difese contro le lodi ininterrotte. Ad un certo punto credono nella propria superiorità.

    Il che significa che prima o poi gli autocrati funzionano strutturalmente come le più stupide fra le persone umane. Perché normalmente le persone intelligenti si riconoscono dai dubbi che esse nutrono in sé stesse; quelle stupide, invece, dal fatto che pensano di essere esperte in ogni campo, senza idea alcuna della loro stessa ignoranza.

    L’uomo al vertice inconsciamente lo sa – e nutre sempre più sospetti riguardo alla lealtà con la quale viene omaggiato. Il che lo porta a ricevere notizie sempre più assurdamente falsificate. E non solo lui, ma anche i suoi ministri. E i loro funzionari. E così all’infinito sempre più in basso nella catena di comando.

    Il che porta ogni specialista con una visione realistica, per quanto innocuo, a mettersi nei guai per problemi di lealtà. Alla fine, gran parte dell’impero governato dall’uomo forte esiste solo sulla carta.

    Un impero di vuoto emerge.

     

    Abile nella violenza, meno nella guerra

    Il vuoto è esacerbato quando il leader supremo è un gangster. E Putin è favolosamente ricco - molti analisti lo considerano la persona più ricca del pianeta. È vero, ufficialmente guadagnava circa 140.000 dollari prima delle sanzioni, almeno secondo una cifra ufficiale del 2018; il suo cottage per le vacanze sul Mar Nero è un sogno di kitsch color crema da 1,4 miliardi di dollari.

    E anche se il presidente Putin è ammirevolmente discreto - i suoi confidenti sono diventati tutti miliardari.

    Ora si potrebbe pensare che i gangster capiscano qualcosa di violenza. È il loro core business. E Putin ha anche investito sistematicamente diverse centinaia di miliardi di dollari per modernizzare l’esercito russo.

    Ma quando ordinò l’invasione dell’Ucraina, negli arsenali c’era spesso solo ruggine e carta - i carri armati non avevano pezzi di ricambio, i lanciarazzi avevano pneumatici fragili, il carburante non si sapeva dove fosse. Le truppe avevano imparato come maneggiare il denaro dal loro comandante. La maggior parte della modernizzazione di Putin è finita nelle tasche delle uniformi.

    E come d’abitudine con i dittatori, l’esercito ha comprato super-armi scintillanti, ma troppo pochi camion incolori. Un esercito è soprattutto un’azienda di logistica. Senza rifornimenti, è un colosso dalle gambe tozze.

    L’altro problema di Putin è: con la sola forza si ottiene il potere, ma si perde la guerra. Così i suoi soldati sono stati accolti da missili anticarro in tutta l’Ucraina, laddove - almeno nell’est del paese - ci si aspettava un’accoglienza con i fiori.

    Ed una ragione c’è. L’Ucraina era stata a lungo profondamente divisa: l’ovest di lingua ucraina, l’est di lingua russa. In tutte le elezioni fino alla rivoluzione di Maidan nel 2014, le due regioni avevano votato per partiti completamente diversi - pro-europei a ovest, candidati pro-Cremlino a est. Ma questo è cambiato: nel 2019 Zelenski è stato eletto sull’insieme del territorio. Perché?

    Perché Putin aveva agito. Nel 2014, contemporaneamente all’occupazione della Crimea, ha anche finanziato e armato la ribellione in due province ucraine del Donbass. Lì, i signori della guerra fedeli a Putin governano ormai da otto anni, conducendo una guerra permanente e derubando chiunque non si unisca alle loro forze. In Russia, Putin può vendere il suo operato come un’operazione di liberazione - in Ucraina, invece, si è troppo vicini per crederci.

    Così era chiaro agli ucraini di lingua russa che Putin non era loro fratello, ma il fratello dei gangster - e che dovevano combattere come leoni se volevano il loro futuro.

    (Cosa che si è rivelata essere una congettura corretta: Le città a maggioranza russofona sono ormai ridotte in macerie giorno dopo giorno dall’esercito russo).

     

    Idioti al potere

    Ma la vera tragedia di un’autocrazia non è il furto di miliardi, bensì il furto di vite. Perché la società viene sistematicamente punteggiata di cinici, burocrati ed idioti.

    Questo perché le autocrazie hanno una struttura simile a quella della mafia: il capo, i suoi confidenti, i loro confidenti, poi il resto del mondo.

    Le bande mafiose non sono incompetenti: sono maestre nell’accaparrarsi attività lucrative. Ma non nel costruirle. Ecco perché sono principalmente attive, su scala globale, in attività illegali come il contrabbando di droga. O se legale: in imprese semplici. Il classico è l’export. Chi vende merce rubata guadagna sempre un margine.

    Ma se una mafia prende il controllo di un’industria più complessa, per esempio un’industria in un mercato competitivo, ci sono solo due possibilità. Rovina il business quasi immediatamente. Oppure cessa di essere una mafia.

    Questa logica, secondo lo storico e giornalista Kamil Galeev, spiega la struttura del potere economico nella Russia di Putin:

    • In termini di influenza, ricchezza, prestigio, gli oligarchi dell’industria del petrolio e del gas sono in cima. Tali industrie sono state sottratte ai vecchi oligarchi e sono ora sotto il controllo dei confidenti di Putin. Perché esse fanno la parte del leone nelle esportazioni - e perché vendere materie prime è redditizio anche senza esperienza: qualsiasi idiota può diventare molto ricco molto rapidamente.
    • Lo sfruttamento di oro, ferro, nichel, rame, ecc. richiede molto più know-how. Putin ha quindi lasciato i diritti minerari nelle mani degli oligarchi che aveva rilevato dal suo predecessore alla presidenza, Boris Eltsin - a condizione che restassero fuori dalla politica.
    • Per necessità, l’élite lascia settori complessi come l’informatica e l’industria agli imprenditori e agli ingegneri, in breve: ai nerd. Ma questi ultimi non hanno nessun prestigio e nessuna lobby. (Per esempio, un oligarca non si preoccupa molto se i prezzi d’importazione dei pezzi di macchine vanno alle stelle mentre il rublo affonda. Vogliono macchine a buon mercato per le loro aziende. E se non ci riescono, fanno fare copie pirata di modelli cechi).

    La caratteristica dell’economia autocratica è che in pratica è sinonimo di potere politico. E questo va in due direzioni:

    1. chi ha le giuste connessioni con il potere ottiene il business.
    2. chi fa affari ottiene il potere. Pertanto, si presta molta attenzione a garantire che solo le persone giuste facciano affari. (L’industria è sistematicamente tenuta piccola dagli oligarchi).

    Il secondo punto viene spesso trascurato nell’analisi delle autocrazie. Non è solo vero che per la carriera contano solo la lealtà ed i legami personali - e le competenze invece quasi niente. È vero anche il contrario: se l’obiettivo della leadership è di mantenere il potere, la competenza, l’efficienza e l’impegno sono visti di per sé come sospetti. (Questa è anche la ragione per cui non si potrà mai rabbonire un tiranno con un buon lavoro.)

    In breve, la conservazione del potere in uno stato autocratico comporta necessariamente il sabotaggio di tutti quei settori in cui potrebbe formarsi un “contropotere”.

    (Naturalmente, il principio del sabotaggio si applica anche agli stessi oligarchi. Il prezzo per rimanere un oligarca è la condanna a rimanere un eunuco politico. Anche il loro potere è misurato quasi esclusivamente dalla vicinanza all’orecchio di Putin. Per questo scopo, si richiede che siano disposti a finanziare i progetti di Putin: progetti politici come le fabbriche di troll, oppure progetti privati come il suo palazzo.)

    In questo sistema di mantenimento del potere attraverso incatenamenti incrociati, i deficit economici sono considerati al massimo come danni collaterali. In media, il prodotto nazionale lordo in una dittatura cade di 0,12 punti percentuali per ogni anno supplementare dell’uomo al potere.

    Nella Russia di Putin, i settori paria sono l’industria (la Russia ha il livello di industrializzazione di un paese emergente), i governi provinciali e l’esercito.

    A prima vista, la Russia è un paese militare. Ha missili nucleari, il secondo esercito più grande di sempre - e il mito ufficiale del paese è basato sulla sua vittoria sulla Germania nazista.

    Ma in realtà, l’esercito russo è socialmente solo leggermente superiore agli scarafaggi nelle sue caserme. Non è un caso che intere unità militari, persino i silos dei missili nucleari, debbano pagare un pizzo per la protezione alla mafia russa - la mafia è più in alto nella gerarchia. Gli ufficiali sono derisi in televisione, i generali sono liquidati se sono troppo popolari, l’addestramento è scarso, così come l’equipaggiamento, le maniere sono ancora peggio: il bullismo spesso regna nelle caserme - e non è raro che le reclute siano vendute alla prostituzione dai loro ufficiali. Non c’è da stupirsi, chi può si sottrae - la maggior parte delle reclute viene da province povere come topi da sacrestia, dove vivono certi gruppi etnici.

    La ragione è semplice: il governo di Putin si basa sui servizi di sicurezza - ecco perché l’esercito è tenuto il più basso possibile. E le persone dei servizi segreti non militari sono infiltrate ovunque nella gerarchia. E per il resto, in caso di dubbio, i più impopolari e meno talentuosi vengono promossi al rango di ufficiale.

    L’autocrazia di Putin parla all’infinito di superiorità ed orgoglio; ciò che fa è ciò che fa sempre un’infestazione di parassiti: causa la paralisi.

    Il colore dell’autocrazia è un misto tra la crudeltà e il grigio. Una vita senza vivacità.

    In breve: il presidente Putin era già molto prima dell’invasione dell’Ucraina tutt’altro che uno statista di successo.

    Ma da dove trae origine allora il culto di cui fa oggetto globalmente?

     

    Fascismo Sagl

    Perché Trump chiama Putin un “genio”, Berlusconi “il numero uno” dei leader politici, Roger Köppel “l’ultimo realista d’Europa”? Perché l’ammirazione di Matteo Salvini, Viktor Orbán, Marine Le Pen, Tucker Carlson, Jair Bolsonaro?

    La risposta: Putin era, almeno fino a qualche settimana fa, l’incarnazione ideale di un fascismo, un fascismo civile e redditizio, un fascismo fisicamente e politicamente capace di sopravvivere.

    Perché il fascismo radicale non ha niente a che fare con la politica; non c’è più niente da negoziare. Il fascismo è un culto - il culto della purezza e della forza. Ma in pratica è il culto dell’annientamento - ciò che è debole deve essere sradicato. Prima gli altri, poi se stessi - chi, è solo una questione di tempo.

    Non c’è da stupirsi, una forma statale di annientamento è popolare solo tra gli estremisti suicidi: non può sopravvivere a lungo.

    L’autocrazia protofascista è la forma statale dell’impotenza - non produce nulla. È molto più stabile perché il suo obiettivo non è il cambiamento. Né attraverso misure concrete né attraverso la rivoluzione. Si basa principalmente sulla retorica. Il suo eroismo consiste nell’invocazione infinita della forza - e nella denuncia ancora più infinita della debolezza.

    Laddove però la forza risiede sempre e solo nel passato glorioso e nel futuro vittorioso - come nella geniale formula di Trump “Make America Great Again!”.

    Mentre nel presente, il forte deve farsi strada attraverso la dittatura del debole - attraverso una palude di mollezza, decadenza, dissoluzione delle distinzioni di genere, censura e moralismo. Il che purtroppo significa che è costantemente frenato nel risolvere i problemi.

    L’autocrazia è la variante omicron del fascismo. Con sintomi più lievi (invece della distruzione dell’avversario politico, la distruzione del discorso politico, invece della lotta di strada, la lotta culturale), ma in compenso tanto più contagiosa. Anche perché il mantra secondo la quale “i benpensanti sono la fonte di tutti i mali” è utilizzabile dai politici autocratici tanto all’opposizione quanto al potere.

    Naturalmente, le vengono crudeltà approvate. Ma esse erano, qualora qualcuno sollevasse un’obiezione, semplicemente “realismo”. Ovvero, se l’obiezione pone davvero un problema, si tratta di “una battuta”. O se neanche questo funziona: “fake news”.

    In breve: i sostenitori dell’autocrazia hanno inventato qualcosa di veramente utile anche nelle democrazie funzionanti: Fascismo senza responsabilità.

     

    Bullshit

    Vi è un’altra ragione per cui Putin è l'eroe che è: ha perfezionato la propaganda autoritaria e l'ha finanziata in tutto il mondo.

    La nuova propaganda funziona in modo molto diverso da quella del XX secolo, quando si trattava soprattutto di convincere l’avversario della bontà del proprio sistema. È in gran parte svincolata da qualsiasi sostanza: una mutazione che la rende estremamente automatizzabile, estremamente adattabile, insomma: estremamente virale.

    Le sue ricette sono fondamentalmente le seguenti:

    1. È rumorosa. Corre su più canali possibili - dai social media al proprio canale di notizie, passando dagli studi e dai congressi. Ciò che conta è la quantità. Più spesso qualcuno sente la stessa affermazione, più diventa plausibile.
    2. È veloce. La gente tende ad attenersi alla prima informazione che sente sull’argomento.
    3. È indipendente dai fatti. Rinunciare alla ricerca, anche alla plausibilità, è un vantaggio decisivo quando si tratta di quantità e velocità. (E non si è mai più veloci di quando l'evento lo si è inventato.) Tuttavia anche i fatti non vengono disprezzati. L’unica cosa importante è seminare permanentemente il dubbio nel pubblico. E impegnare costantemente i propri nemici con le proprie cose.
    4. Non si preoccupa della coerenza. Il che significa che ci si può lasciare andare senza essere ostacolati dai propri argomenti. (Per esempio, lamentarsi della cospirazione mondiale degli ebrei e dieci minuti dopo accusare qualcuno di antisemitismo). In modo da poter menare per il naso chiunque con qualsiasi accusa tu voglia.

    Steve Bannon, l’ex manager della campagna di Trump, ha riassunto la sua strategia con la formula “To flood the zone with shit” (“Inondare la zona di merda”).

    E il sindaco di Kiev, Vitalij Klyčko, ha addirittura condensato la formula in una sola parola. Quando un giornalista gli chiese, in mezzo alle macerie della sua città, cosa pensava dell’insistenza dei russi sul fatto che non bombardavano obiettivi civili: “Bullshit!”, “Stronzate!”

    In effetti, le stronzate hanno ormai perso ogni innocenza. Sono finiti i giorni in cui le stronzate erano una noiosa perdita di tempo ai vernissage e alle riunioni dei quadri. Le stronzate sono ora l’arma più affilata della destra globale.

    E sorprendentemente versatile:

    • Donald Trump ha il merito di aver scoperto che in politica le stronzate funzionano anche senza camuffamento. In caso di critica, si rimanda la critica al mittente, raddoppiandola, proprio come si faceva al parco giochi. O si mormora seccamente: “Fake news!”. O semplicemente si parla di qualsiasi cosa. Questo è enormemente efficiente, specialmente per i politici al governo: una volta che sei in carica, non hai bisogno di rispondere a nulla.
    • Le stronzate sono anche la materia prima per la guerra culturale - che, invece di politiche concrete, riguarda fondamentalmente cose che non accadono nella vita delle persone che ne parlano: Burka, bagni intersessuali, celebrità queer, divieti di parola, politici che bevono il sangue dei bambini, teste di cioccolato, illuminati e danni da vaccino.
    • Last, but not least, le stronzate sono anche il fulcro dell’omaggio reso ai politici autoritari.

    Il principale sostenitore svizzero di Putin, attivo come politico e pubblicista nel partito del più potente oligarca svizzero, Roger Köppel, ha scritto alla vigilia dell’invasione:

    “Putin espone il vuoto moralismo dei suoi avversari. E la decadenza dell’Occidente. Mentre i nostri politici discutono se i minori debbano essere autorizzati a cambiare sesso per settanta franchi all’ufficio anagrafe senza il consenso dei genitori, Putin sta schierando le sue divisioni corazzate. Messaggio: c’è qualcosa come una dura realtà dei fatti là fuori, dopo tutto, non solo il metaverso immaginario dei “discorsi” e delle “narrazioni” con cui si organizza il mondo come si vorrebbe che fosse. Forse, si spera, Putin è lo shock di cui l’Occidente ha bisogno per tornare in sé”.

    Piccola psicologia della critica di Putin”, “Weltwoche”, 23.02.2022.

    Supponiamo che questo faccia parte di un dibattito serio. Cosa si potrebbe dire in risposta? “Credete davvero che il signor Putin venga criticato per la sua mancanza di wokeness e non per l’adunata di un esercito invasore? E che ciò che dà più fastidio ai critici di Putin è che distrae dal cambio di sesso non burocratico dei bambini svizzeri piuttosto che il fatto che un esercito invasore sta preparando un’invasione?”

    Anche se al signor Köppel piace affermare di ravvivare il dibattito con un’opinione diversa - non si può dire assolutamente nulla di intelligente in risposta ai suoi testi.

    Inoltre, mentre stiamo ancora parlando, il signor Köppel avrà già pubblicato da tempo un’altra dozzina di video, editoriali o tweet: del tipo che “ogni bambino di quinta elementare” sa che bisogna “andare d’accordo” con il bullo del parco giochi e che quindi la “saggezza del buon senso” impone di fermare tutte le consegne di armi e le sanzioni contro la Russia. E: che rispetto ai guerrafondai ignoranti di storia della concorrenza, si sente come uno degli ultimi pacifisti senza macchia. Eccetera.

    Cosa si può dire di questo?

    In realtà nulla. Sono semplicemente parole che escono dalla bocca di Roger Köppel, potrebbero essere altri a parlare, ciò non ha alcuna importanza.

    Non c’è nemmeno qualcuno che parla. Niente dei pensieri or ora esposti è personale. Si tratta piuttosto di merci industriali pretagliate, un insieme di formulazioni che vengono assemblate manualmente in giro per il pianeta da politici e pubblicitari.

    Per esempio, più o meno nello stesso momento in cui Köppel stava scrivendo il suo saggio su Putin, Steve Bannon stava producendo un programma radiofonico sullo stesso argomento. L’ospite era Erik Prince, il fondatore di una famigerata compagnia mercenaria:

    Bannon: “Putin non è woke. È anti-woke”.

    Prince: “Il popolo russo sa ancora quale gabinetto usare”.

    Bannon: “Quanti generi ci sono in Russia?”

    Principe: “Due”.

    Bannon: “Non appendono le bandiere pride lì...”

    Prince: “Sì, e lì i ragazzi non partecipano alle gare di nuoto per ragazze al college”.

    Bannon: “Che arretratezza! Che primitività! Che medioevo!”

    Da: “War Room”, il podcast di Steve Bannon.

    In breve, è il maelstrom standardizzato a livello internazionale che inonda il dibattito pubblico di stronzate intercambiabili.

    Naturalmente, non è una coincidenza che siano soprattutto signori anziani ed impertinenti, con la passione di rompere sempre gli stessi tabù a praticare questo mestiere. È l’impotenza intellettuale.

    Da tutto quello che dicono, ne consegue: nulla.

    Ma questo sarebbe pensare troppo bene. Non è una questione di decadenza privata. È un intasamento senza sosta del discorso pubblico, un attacco alla democrazia.

    In breve: propaganda protofascista professionale.

    Ed è per questo che esiste una risposta a testi come quello di Roger Köppel, dopo tutto: “Nave da guerra russa, vaffanculo!”.

     

    All’altezza del compito

    Quasi tutte le persone coinvolte, anche in Ucraina, avevano pensato che lo schieramento di Putin fosse un bluff fino a poche ore prima dell’invasione.

    L’invasione fu uno shock. Il presidente Putin ha fatto un lungo discorso alla televisione russa. Poco dopo, i carri armati russi sono entrati in Ucraina da tre lati.

    Ma la risposta è arrivata anche come uno shock, molto rapidamente, molto decisamente.

    Alla sera del secondo giorno, l’esercito ucraino aveva già ucciso la maggior parte delle truppe russe in avanzata. Ha bloccato le strade per Kiev, ha attaccato le vie di rifornimento e ha inflitto terribili perdite allo strapotere dell’esercito russo.

    Il presidente ucraino Volodymyr Zelenski ha scambiato giacca e cravatta con una maglietta verde oliva ed è diventato il volto della resistenza in tutto il mondo. Poco più tardi, quando gli Stati Uniti gli offrirono la possibilità di fuggire, Zelenski rispose (almeno secondo la leggenda): “Ho bisogno di munizioni, non di un taxi”.

    Poco dopo, gli Stati Uniti e l’UE hanno deciso sanzioni molto più massicce del previsto; pochi giorni dopo l’invasione, il tasso di cambio del rublo, i collegamenti bancari internazionali, la borsa e 30 anni di costruzione economica sono stati rovinati.

    Inoltre, i tabù sono caduti uno per uno - la Germania, tradizionalmente il partner più vicino della Russia nell’UE, ha fermato il progetto del gasdotto Nord Stream 2, ha deciso un riarmo massiccio permanente ed ha fornito armi all’Ucraina. Anche la neutrale Svezia ha fornito armi. Più di 600 società internazionali si sono ritirate dalla Russia. E alla fine, per lo stupore del mondo, anche la Svizzera era della partita.

    Da dove viene questa resistenza - come se venisse dal nulla?

    Nel 2014, le cose erano completamente diverse. Nella notte e nella nebbia, soldati d’élite dell’esercito russo in uniformi senza insegne avevano occupato la Crimea. Le truppe russe nel Donbass avevano massacrato l’esercito ucraino quasi senza sforzo, l’UE e gli USA erano in disaccordo e le loro sanzioni erano un triste scherzo.

    Forse proprio per questo motivo. C’è una legge secondo la quale il paese che perde una guerra vince in pace dopo. Ecco perché, perché i vincitori non hanno motivo di ripensare tutto, ma i perdenti sì.

    Almeno in questo caso l’hanno fatto.

    Precedentemente corrotto, rigido, mal addestrato come quello russo di oggi, l’esercito ucraino è stato completamente riorganizzato nel 2016. Si era costatato che la rigida catena di comando aveva incatenato i soldati sul campo di battaglia - quando gli ufficiali di grado superiore avevano approvato una decisione di quelli di grado inferiore, questi ultimi spesso erano già morti.

    Così si democratizzarono le decisioni verso il basso - e si addestrarono (con specialisti militari americani) i sottufficiali. Inoltre, per fortuna, mancava il denaro: così non si comprarono super-armi, ma piuttosto materiale poco sexy: droni turchi e missili portatili antiaerei e anticarro relativamente economici. Questi si sono dimostrati più efficaci del previsto. (Anche perché l’esercito russo non è mai riuscito a schierare le sue varie truppe come un insieme - quindi i piccoli commando ucraini potevano farli fuori uno per uno).

    Inoltre, gli ufficiali delle truppe avevano già accumulato esperienza di guerra: nell’Ucraina orientale, i ribelli finanziati da Putin avevano tenuto acceso il focolare di una guerra non dichiarata ma brutale su piccola scala - con 14.000 morti negli ultimi otto anni.

    Last, but not least, Putin aveva unificato il paese nel 2014. In primo luogo, convincendo il presidente Viktor Janukovyč, che era fedele a Mosca, a ribaltare un accordo con l’UE all’ultimo minuto. Allora, studenti e studentesse manifestarono per il loro futuro in piazza Maidan a Kiev, ogni giorno per mesi. Janukovyč li stese a manganellate con l’aiuto di agenti russi. In conseguenza, i loro genitori e nonni si unirono agli studenti. Per tutta risposta, Janukovyč, fece sparare munizioni vere - pochi giorni dopo fu rovesciato, fuggendo a Mosca, secondo le voci, con diverse valige piene di dollari. Approfittando del caos, Putin occupò la Crimea durante la notte. L’esercito ucraino poté difficilmente salvarsi dai volontari.

    Infine, Putin ha fornito all’esercito ucraino la spinta dei suoi primi successi commettendo il peccato di credere alla sua stessa propaganda. Dato che ufficialmente non stava iniziando una guerra ma una “operazione speciale” contro il “regime dei nazisti e dei tossicodipendenti”, ha sempre mandato avanti polizia speciale e paracadutisti. Questi erano specializzati nell’insurrezione, sembravano temibili, ma erano armati solo in modo leggero, completamente inesperti nella guerra - e morti dopo pochi giorni.

    Nessun uomo ha fatto più di Vladimir Putin per l’unità dell’Ucraina e la forza del suo esercito. Tuttavia, sarebbe sbagliato parlare principalmente di lui. Dopo lo shock iniziale, molte persone in Ucraina e nei paesi occidentali erano all’altezza del compito.

     

    Le idee come arma

    Perché la vera novità è che il campo occidentale ha reagito all’assalto di Putin non solo con durezza. Ma con ingegno.

    E non con piccoli miglioramenti, ma con idee vere - idee che richiedono impegno e capacità.

    Il fattore decisivo fu, non da ultimo, l’inventiva di due presidenti:

    • Il presidente americano Joe Biden non solo ha capito più velocemente di chiunque altro che Putin stava davvero pianificando una guerra; ma ha reagito come quasi nessun altro politico americano avrebbe osato: con discrezione. Solo dopo l’invasione si è scoperto che lavoro avevano fatto gli americani. L’Occidente si è accordato sulle sanzioni nel corso di una notte - il che non sarebbe mai successo se il Segretario di Stato americano non avesse fatto la spola con l’Europa per settimane prima. E non appena la guerra è scoppiata, si è venuto a sapere che gli americani stavano negoziando con i loro ex-nemici Venezuela e Iran sulla ripresa degli accordi petroliferi. E solo il diavolo sa come, ma la fornitura di armi all’Ucraina ha funzionato perfettamente fin dal primo momento. C’è un detto nell’esercito: “I dilettanti parlano di armi, i professionisti di logistica”. Di fronte a una scelta tra il botto e l’effetto, Joe Biden è ovviamente un professionista.
    • Nel frattempo, il presidente ucraino Volodymyr Zelenski ha reinventato una forma arcaica di propaganda di guerra: la propaganda del coraggio. In battaglia, il comandante deve stare in testa. Forse ci voleva un intrattenitore nella presidenza per sapere questo: quanto è contagioso il coraggio. Per questo, non importa che una storia sia inventata. Se vedi qualcuno di coraggioso al cinema, torni a casa qualche centimetro più alto. Non importa nemmeno se ci sono politici professionisti incalliti nel pubblico. Presumibilmente, una videochiamata con Zelenski ha dato ai leader dell’UE la spinta finale a non scendere a compromessi sulle sanzioni quando li ha salutati con le parole: “Signore e signori, questa potrebbe essere l’ultima possibilità di vedermi vivo”.

    Dio solo sa se sarà sufficiente. Dio solo sa cos’altro verrà. Ma per una volta, le democrazie dell’Occidente si sono rivelate all’altezza del loro compito.

    Ma se non ci inganniamo, le prime settimane sono state solo l’inizio dell’orrore.

     

    Guerra mondiale

    Al presidente russo Putin rimane per finire una sola opzione - lavare la sua vergogna con il sangue. Conquistando come un cimitero il paese fratello che voleva liberare.

    E se questo piano dovesse fallire, prendere la via d’uscita di tutti i despoti: perpetuare la propria grandezza misurandola al metro del suo stesso fallimento.

    Finora, le azioni del presidente Putin parlano da sole: in tutte le piccole guerre che ha istigato, ha fatto radere al suolo intere città dopo la resistenza iniziale. E purtroppo l’esercito russo è un esercito di artiglieria, la cui forza sta nel distruggere infrastrutture ed uccidere civili.

    Ed hanno già iniziato: La città portuale di Mariupol, fino a poc’anzi ancora fiorente, è ormai un freddo e sanguinoso cumulo di macerie; solo nel fallito assedio di Kiev, 75 bambini sono morti nel primo mese di guerra; nella piccola città di Buča, le truppe russe in ritirata hanno lasciato le strade, le cantine e i giardini davanti a casa pieni dei cadaveri degli abitanti.

    Se non ci inganniamo, questa è anche la deliberata strategia di guerra perseguita da parte dello stato maggiore: più terrore diffonde, più è favorevole la sua posizione negoziale - perché nessuno può e vuole assumersi la responsabilità di giustificare che le uccisioni indiscriminate continuino.

    Non bisogna illudersi sul fatto che l’incompetenza renda gli autocrati più innocui. Niente è più pericoloso dei guastamestieri.

    Nel secondo paese che sta rovinando - la Russia - Putin ha scelto la stessa strada: la strada del terrore. In un solo mese, una democrazia autoritaria è diventata un vero e proprio stato fascista. Diffondere notizie indesiderate sulla guerra è punibile fino a 15 anni di prigione; tutti i media sono sotto censura; internet è stato scollegato; la gente viene scarriolata ad eventi giubilari; nei servizi segreti e nell’esercito vengono arrestati i primi ufficiali; Putin stesso fa discorsi in cui promette una “purga” e che il suo popolo sputerà i traditori come “mosche che gli sono volate accidentalmente nella bocca”.

    Questa minaccia era, per il momento, diretta agli oligarchi che sono fuggiti all’estero - ma tali minacce non sono mai limitate ad un gruppo.

    Per quanto riguarda la situazione di Putin, non è chiara. I dittatori raramente finiscono con una dichiarazione. Di solito finiscono quando fasce inferiori dell’élite si sentono minacciate dall’uomo al vertice. E agiscono.

    Quali queste fasce possano essere in Russia non è chiaro. Gli amici personali di Putin ai vertici del potere, i suoi capi dell’intelligence, i ministri e gli oligarchi hanno ottenuto la loro posizione non in virtù delle loro capacità. Bensì per merito dalla loro vicinanza al presidente. Senza di lui, non hanno legittimità alcuna.

    Ed un’insurrezione non avrà luogo. Nel primo mese di guerra, il consenso per Putin è salito dal 71 all’83%. Qualunque cosa accada, la colpa è dell’Occidente. O, in caso ciò non funzioni, degli errori di funzionari corrotti - il presidente sarebbe stato ingannato.

    Tuttavia, Putin è comunque con le spalle al muro. L’economia russa sta precipitando verso la bancarotta, il rublo forse verso l’iperinflazione, e l’esercito russo non vale più molto.

    Ci vuole poca immaginazione per sapere che nei centri nevralgici di controllo della Russia il caos regna sovrano. Non ci si può più fidare di nulla, l’argomento per cui “Noi operiamo così...” è ormai senza valore. Gli standard sono morti. La pianificazione è morta. Perché questa è l’essenza del caos, che ormai si reagisce soltanto.

    In compenso, si cercano dappertutto colpevoli. Per i disastri presenti e futuri. Il che significa: d’ora in poi, ognuno combatte per sé stesso. Il che significa anche: beni, informazioni, denaro – di tutto vien fatto incetta, negli uffici, nelle province, in ogni famiglia. La Russia si sta disintegrando per paura; e l’unica controforza è il terrore.

    (Per esempio, lo zucchero è sin d’ora causa di acquisti di accaparramento, risse, furti e arresti).

    Può essere che il regime crolli da un giorno all’altro. Ma potrebbe anche essere che si metta alla ricerca di risorse alternative. E a quel punto dovremmo essere preparati a reagire in maniera appropriata.

    Secondo le lettere di un presunto analista dei servizi segreti dell’FSB, gli agenti stanno lavorando senza sosta ad uno scenario che si basa sull’ultima grande risorsa: che l’Occidente ha più paura della guerra che il governo russo.

    Lo scenario prevede che le sanzioni e le consegne di armi vengano ufficialmente interpretate dalla Russia come una dichiarazione di guerra. E che si dia un ultimatum all’Occidente: “Ora basta con le vostre sanzioni e le consegne di armi! Altrimenti facciamo partire i nostri missili contro l’Estonia, la Lettonia e la Lituania - e soprattutto contro la Polonia”. Questo perché la Polonia è la frontiera aperta verso l’Ucraina: i rifugiati escono, le armi e gli aiuti entrano.

    L’obiettivo in questo scenario, che è considerato realistico, è che l’Occidente alla fine si lasci intimidire e lasci l’Ucraina alla presa della Russia. Di conseguenza, la vittoria diventerebbe lì possibile, con un governo fantoccio, arresti di massa e campi di rieducazione.

    È possibile che ciò siano solo sciocchezze. E che il mittente sia un propagandista dei servizi segreti russi, che diffonde quella che è l’ultima grande carta vincente di Putin: la paura. O un impiegato dei servizi segreti ucraini che dice perché la Nato deve intervenire: per paura. O un paranoico che diffonde ciò che sente: paura.

    Se si presta orecchio ai governi, le cose non stanno molto diversamente. Gli americani avvertono di armi chimiche in Ucraina e di cyberattacchi in Occidente. Mentre un portavoce del Cremlino presso la CNN non esclude l’uso di armi nucleari qualora “l'esistenza della Russia” fosse minacciata.

    Per cui lo scenario più probabile è quello di una lunga e crudele lacerazione in Ucraina. Dopo un mese di perdite dolorose, i generali russi hanno deciso che lo scopo della guerra non era mai stato il cambio di regime a Kiev, bensì fin dall’inizio l’eliminazione dell’esercito ucraino. Ora la Russia sta ammassando truppe nell’Ucraina orientale, ricca di risorse.

    Ci vorrà ancora una buona dose di nervi saldi, di compostezza, chiarezza e fortuna. Perché è assolutamente imprevedibile quello che succederà. Anche perché Vladimir Putin, almeno in passato, ha sempre scelto un’unica strategia: escalation. Per quanto sia assurdo: la terza guerra mondiale è effettivamente diventata una variante concepibile per il 2022.

    Chissà, se siete marito e moglie, magari avrete presto questo dialogo in un bunker:

    Tu, l’uomo: “Incredibile che ora l’intero pianeta venga distrutto solo perché un tizio non ha ottenuto quello che voleva...”

    Tu, la donna: “Benvenuto nella mia vita quotidiana”.

    E questa è l’ultima cosa che dite.

    (Questa scena è stata effettivamente scritta qui solo perché le donne sono altrimenti completamente assenti da questa storia).

     

    Il club degli autocrati

    All’inizio di febbraio 2022, tre settimane prima dell’invasione, Russia e Cina hanno firmato un accordo di “amicizia comune illimitata”. Questo era alla vigilia della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Pechino - e come si è letto più tardi, il presidente russo Putin aveva promesso al leader del partito cinese Xi di aspettare fino a dopo la cerimonia di chiusura per invadere l’Ucraina.

    L’incontro ha ribadito simbolicamente quanta fiducia in sé stessa abbia la politica autoritaria. Al più tardi a partire dalla crisi finanziaria del 2008, la Cina e la Russia sempre più si sono concepite come modelli per il futuro. Da allora, la loro propaganda ripete: le democrazie sono moralmente decadenti e politicamente deboli. Non riescono più a badare a sé stesse. Vinceremo!

    Questa fiducia ha buone ragioni: Negli ultimi anni, sempre più democrazie sono cadute.

    Perché molte democrazie sono divise a metà. Le elezioni sono quindi una danza sul filo del rasoio. Pochi miseri voti - e il paese si inclina in una direzione completamente diversa. Trump ha battuto la Clinton negli swing state cruciali per circa un centinaio di migliaia di voti, come Biden ha poi battuto Trump. Gli inglesi hanno votato con 52 a 48% a favore della Brexit. (In Svizzera, l’iniziativa sull’immigrazione di massa ha vinto con il 50,3 per cento).

    E ora ci attende il secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Il presidente Emmanuel Macron ha vinto il primo turno di votazioni contro l’alleata di Putin Marine Le Pen; secondo i sondaggi attuali, vincerà il ballottaggio con 54 a 46%. Il modello di previsione dell’“Economist” gli dà l’80% di possibilità di vincere le elezioni. È come se la democrazia giocasse alla roulette russa nel centro dell’Europa. (Con una cartuccia e mezza nel revolver).

    Con una persona determinata al timone, il campo autoritario ha bisogno di una sola vittoria. Molti capi di stato autoritari sono stati eletti - la prima volta - democraticamente. Per Vladimir Putin, questa prima vittoria elettorale è stata sufficiente per stabilire un governo stabile; altri, come Donald Trump, hanno fallito di poco.

    Un governo autoritario stabile è un’illusione. Si sviluppa a scatti, di solito quando il proprio potere incontra resistenza. Trump ha tentato una rivolta quando ha perso la rielezione. Putin ha cominciato a vedersi come il salvatore spirituale della Russia quando ci sono state manifestazioni contro i brogli elettorali in tutto il paese dal 2011 al 2013. Viktor Orbán è stato votato nel 2002 come un liberale devoto - nelle seconde elezioni del 2010 ha vinto come un araldo della democrazia illiberale.

    Le spinte vanno sempre nella stessa direzione: il fascismo. Più veloce ad ogni spinta.

    Nel suo importante saggio “The Bad Guys Are Winning”, Anne Applebaum ha descritto, tra le altre cose, lo sviluppo del presidente bielorusso Alexander Lukashenko, che è stato in carica per 26 anni. Dopo la sua sesta elezione nel 2020, centinaia di migliaia di persone hanno manifestato, giorno dopo giorno. Lukashenko prima lasciò parlare i manifestanti, poi li prese a manganellate, ma le proteste continuarono a crescere. Finché il rivale di Lukashenko, Putin, non gli mandò un aereo con agenti segreti del FSB. Il regime cambiò allora la sua tattica: gli arresti di massa selvaggi cessarono, e invece la polizia fece visite notturne mirate - gli specialisti di Putin sapevano che era sufficiente eliminare singole figure importanti nella protesta perché il resto cadesse nell'apatia.

    Lukashenko ha superato una linea rossa dopo l’altra. Per molto tempo, le figure dell’opposizione sono state semplicemente messe in prigione. Poi cominciò con la tortura. Qualche mese dopo arrivarono gli stupri. Poi gli omicidi. Prima a casa, poi all’estero. Infine, l’aviazione abbatté con la forza un aereo di linea commerciale in volo verso la Lituania, nel quale era seduto un blogger dell’opposizione.

    Putin ha sostanzialmente reso a Lukashenko lo stesso servizio che aveva consegnato al dittatore siriano Assad qualche anno prima.

    L’alternativa sarebbe stata il pacchetto cinese: 1. rispettare tutte le rivendicazioni di politica interna provenienti dalla Cina. 2. comprare tecnologia di sorveglianza cinese, gestita da una squadra di specialisti cinesi. 3. accettare l’investimento cinese - e faremo diventare ricco anche te, personalmente. 4. Appoggiarsi comodamente allo schienale e rilassarsi.

    Il motivo di tali servizi di assistenza è stato un doppio shock: nel 1989, dopo la caduta del muro di Berlino, poi nel 2010 durante la primavera araba, i dittatori caddero come tessere del domino. Questo ha fatto capire ai loro colleghi sopravvissuti:

    1. Il coraggio e la ribellione sono contagiosi.
    2. La ribellione, non importa dove, deve essere stroncata sul nascere.
    3. In tale contesto, la solidarietà internazionale si rivela particolarmente proficua.

    In effetti, l’ideologia non gioca quasi più un ruolo nei regimi autoritari. Qualunque sia la propaganda ufficiale, in pratica c’è ora un’internazionale autoritaria.

    Lukashenko è ora un reietto nel mondo libero. Ma questo non significa che sia isolato. Non ha problemi con i comunisti cinesi, gli sceicchi sauditi, la giunta militare in Birmania, i clericali in Iran, i talebani, il Venezuela socialista.

    Nel XX secolo era diverso: per il Politburo dell’Unione Sovietica e per un dittatore fascista come Pinochet in Cile, la loro stessa ideologia e la loro buona reputazione che avevano nel mondo valevano ancora scomode contorsioni - e avrebbero arrestato chiunque li avesse dichiarati come persone della stessa pasta.

    Oggi non c’è più vergogna. Sotto i regimi autoritari, l’immagine ha la stessa infima importanza che il bilancio del governo. Nessuno alza un sopracciglio quando qualcuno rovina il proprio paese, finché è in grado di mantenere il potere. Maduro governa una baraccopoli in Venezuela, Assad governa un mattatoio in Siria.

    E non è un problema nel campo autoritario se - come la giunta in Birmania - si commette un genocidio. E se c’è una protesta, non importa quanto ampia, pacifica e globalmente osservata sia quella protesta. Ciò che conta è che venga abbattuta, a Minsk come a Hong Kong.

    Le giustificazioni non sono più necessarie. Il più delle volte basta un’imprecazione, come: “Imperialisti!”. Putin ci ha provato con tutte le sue forze. Ne ha persino trovate due nell’attacco all’Ucraina: “Nazisti e drogati”.

    È così che funziona nel club.

     

    L’attacco in Occidente

    La democrazia in Ucraina era tutt’altro che perfetta. Nemmeno il suo presidente Zelenski - cinque mesi prima dell’invasione è stato rivelato che aveva aperto vari conti offshore.

    Tuttavia, gli ucraini non hanno esitato un secondo a difendere la loro democrazia imperfetta contro il secondo esercito più grande del pianeta. Avevano un motivo per mettere in gioco la loro vita: Sapevano ancora per esperienza cosa significa quando un paese entra nel club.

    Più a ovest, si ebbe più fortuna. Al punto che ci si dimenticò che ne avesse mai avuto bisogno.

    Dopo la caduta del Muro, negli anni ‘90, la teoria secondo la quale le cose non potevano stare altrimenti e che la democrazia e il libero mercato non erano il risultato di una lunga e pericolosa lotta, ma di un’evoluzione naturale, ebbe la meglio.

    Come per ogni ideologia, la pena era la cecità. Le correnti, i partiti, gli stati autoritari erano ritenuti dei ritardatari. E non si prese sul serio la loro propaganda. Così poco come più tardi la loro dichiarazione di guerra.

    L’invasione dell’Ucraina ha reso improvvisamente chiaro che il fascismo è tornato. Ed è tornato ovunque. I governi autoritari non sono solo in Russia. Sono in Cina e Pakistan, Brasile e Bolivia, Iran e Arabia Saudita, India e Corea del Nord, Siria ed Egitto - così come in Ungheria, Serbia e Polonia, proprio nel mezzo dell’UE.

    In effetti, sono pochi i paesi democratici liberi dal cancro: I partiti autoritari dilagano in tutta Europa. E non solo i partiti: Durante la pandemia, movimenti spontanei per il cui nucleo duro il dibattito medico era solo un pretesto marciarono per tutta l’Europa. Tale nucleo si volse rapidamente verso la politica radicale (rovesciare la dittatura!), la sfiducia (politica, scienza, stampa - tutto comprato!), la distorsione della realtà (la merda di QAnon), il darwinismo (l’infezione endemica separa i forti dai deboli), il sadismo (tutti i vaccinati muoiono in quindici giorni - buona cosa!), la recriminazione (viviamo come gli ebrei sotto i nazisti), la megalomania (il Consiglio federale deve lasciare il governo a noi). L’unica coerenza: maniere e discorsi degni dell’inferno.

    Senza dubbio, ci sono ragioni onorevoli per non essere vaccinati. Ma non una sola ragione per comportarsi così. La parte rumorosa delle proteste era una salsa di esoterici, persone amareggiate e i radicali di destra, che a loro volta erano quasi costretti a marciare perché i loro temi erano già sui manifesti senza di loro.

    Non è una coincidenza che i politici di estrema destra, i complottisti, gli scettici del Covid e gli adoratori di Putin stiano crescendo insieme. Dopo l’invasione dell’Ucraina, per esempio, il 40% dei simpatizzanti della SVP ha mostrato comprensione per Putin. E in Canada, il 26% dei non vaccinati pensava che l’invasione russa fosse giustificata, ma solo il 2% dei vaccinati.

    Il blocco autoritario si sta formando. E non è un caso che abbia lo stesso aspetto quasi ovunque nel mondo.

    Per anni, la Russia e la Cina hanno costruito indisturbate la loro rete. La Cina esercita la sua influenza principalmente attraverso la valuta forte. I cinesi stanno comprando infrastrutture in tutto il mondo: porti, aeroporti, telecomunicazioni, immobili, industrie chiave (come il produttore di sementi svizzero Syngenta), in più stanno costruendo una nuova gigantesca via della seta attraverso l’Asia. Così che un giorno non dovranno nemmeno ricattare il resto del mondo, perché tutti sanno che senza Pechino si spengono le luci.

    La Russia ha preso la strada più economica finanziando un esercito di troll per inondare le democrazie del mondo intero con dubbi e stronzate. Mentre la Cina strangola il mondo costruendo, la Russia lavora ad un capolavoro di distruttività - la macchina di sabotaggio più riuscita della storia. Il flusso ininterrotto di rumore, veleno e malizia pura danneggia l’efficienza dei paesi sotto attacco attraverso la sfiducia, l’attrito, la perdita di tempo.

    In più due trionfi che l’Unione Sovietica avrebbe potuto solo sognare. Senza l’assalto della propaganda russa, non ci sarebbe con ogni probabilità stato né la Brexit, né la presidenza di Donald Trump.

    Non è senza motivo che Putin ha perso quasi ogni rispetto. I due paesi anglosassoni più potenti - paralizzati da un investimento ridicolmente a buon mercato in stronzate.

    E chissà se questo investimento non gli porterà ancora la vittoria - nelle elezioni americane del 2024. Perché i repubblicani sono già un partito fascista. Per Trump, sono pronti a tutto - anche a giustificare l’assalto al Congresso. (Così, praticamente nessun repubblicano trova più nulla di sbagliato quando la moglie di uno dei sette giudici capo degli Stati Uniti si intrattiene con il capo dello staff di Trump per dichiarare invalide le elezioni presidenziali, arrestare i politici democratici eletti e metterli davanti a un tribunale militare).

    Il Partito Repubblicano degli Stati Uniti è di gran lunga la più grande minaccia alla civiltà nel XXI secolo - se vincesse nel 2024, Trump non aspetterebbe fino a due settimane prima della fine della sua presidenza per organizzare un colpo di stato.

    La cosa orribile è che il partito è marcio fino al midollo. Ipotizziamo che Trump perda nel 2024: quando vincerà il suo clone? Nel 2028? O non prima del 2032?

    Salvo un miracolo, l’America si troverà nel campo fascista in un futuro prossimo.

    Il che a sua volta significa che non c’è bisogno di temere lo scoppio della terza guerra mondiale. Essa va ormai avanti da molto tempo.

    E la fine è tutt'altro che certa: i regimi autoritari governano circa metà dell’umanità, hanno il sostegno di gruppi potenti nelle democrazie, hanno una struttura e una strategia di propaganda, e hanno un obiettivo comune: rovesciare un paese dopo l’altro.

    È ora di porre fine alla nostra cecità. Non possiamo permetterci altre perdite.

    L’Ucraina non è solo l’Ucraina. Si tratta di tutto.

     

    Dopo essersi alzati

    Incoraggiante è il fatto di non essere soli nella propria incompetenza. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenski, il 24 febbraio, fu svegliato a casa alle 5 del mattino, quando i primi missili colpirono Kiev. Più tardi disse: “Nessuno di noi era pronto per la guerra finché non è scoppiata, nessuno di noi”.

    Il presidente si è attenuto a una semplice regola: “Come diceva mio padre, se non hai idea di cosa fare, sii onesto e tutto andrà bene. Perché se sei onesto, la gente ti crederà. Cerca di non fingere”.

    E dopotutto: finora, né Zelenski né il suo paese se la sono cavata poi così male.

    L’onestà non è l’idea peggiore. Perché nell’ignoto non hai altra bussola. E ci siamo risvegliati in un mondo sconosciuto: senza neutralità tra il bene e il male. C’è una quantità incredibile di cose a cui pensare, da buttare a mare, da fare.

    Alcuni compiti sono ovvi:

    • Consegnare soldi e armi all’Ucraina: se non altro perché questo paese difende anche la nostra libertà.
    • Ricercare, nel mondo finanziario, dove la Russia sia ulteriormente vulnerabile. In più è richiesto uno svincolamento rapido, forse immediato, dal gas russo.
    • Su quanto sopra, non aspettare. Come Zelenski ha giustamente notato: “Abbiamo sentito che la decisione su ulteriori sanzioni dipende dall’eventualità che la Russia usi gas velenosi. Questo non è l’ordine giusto. Non siamo porcellini d’India da usare come cavie”.

    Il resto sarà molto più complesso: Come la trasformazione in un progetto politico e il riarmo dell’UE; un’economia incentrata meno sull’efficienza e più sulla resilienza; una politica energetica che la renda indipendente dalle autocrazie del petrolio e del gas; la questione di come i democratici possano lavorare insieme in una democrazia; la strategia più efficace contro i partiti sottomarini degli autoritari; paralizzare gli allevamenti di troll e costruire una contropropaganda nei paesi autocratici; nervi più saldi di fronte alle minacce di bombe nucleari; porre fine all’abitudine di rispondere ai calci negli stinchi consegnando un biglietto da visita.

    In breve: tutte le cose per le quali gli attuali libri di ricette sono vuoti.

     

    Il ritorno della politica

    Ecco perché: l’era della nostra gioventù è appena finita. Con l’invasione di Putin, anche l’ultima delle tre grandi promesse degli anni novanta è stata infranta:

    1. Il libero mercato determina prezzi razionali -> il crollo del sistema bancario internazionale nel 2008;
    2. Cambiamento attraverso il commercio: i mercati aperti creano società aperte -> i mercati giganti di Cina e Russia esportano autocrazia;
    3. La globalizzazione elimina la guerra: bombardare i partner commerciali è un cattivo affare -> l’invasione della Russia.

    A posteriori, il neoliberalismo sembra quasi commovente: come il ritorno dell’idea romantica del “ritorno alla natura”. Solo che questa volta il sogno era espresso in modelli economici: che il paradiso sarebbe tornato se solo l’uomo non fosse intervenuto.

    Il crollo bancario, la pandemia di Covid-19, l’internazionale autoritaria hanno dimostrato che non esiste una legge naturale che porti alla massimizzazione della ragione e dell’armonia. Invece, il messaggio era che non c’erano più scuse per evitare la politica. Perché senza un quadro di riferimento, tutto crolla: la libertà, la società, persino le banche.

    Inoltre, il motore della trentennale epoca di ultra-liberalismo si sta rompendo: la globalizzazione. Questo, perché le catene di approvvigionamento complesse hanno dimostrato di rendere il mondo più vulnerabile.

    1. Durante la pandemia: quando le frontiere si chiudono - e intere industrie si fermano senza rifornimenti.
    2. Con la forza delle sanzioni: Cina & Co. cercheranno di circumnavigare gli Stati Uniti con i loro flussi finanziari e di merci.
    3. Attraverso la guerra di aggressione della Russia: l’Occidente sta cercando di rendersi indipendente dalle materie prime e dagli investimenti dei suoi nemici.

    Con ogni probabilità, la produzione diventerà più locale, più costosa, più nazionale: perché in un mondo diviso in campi, l’efficienza non è più l’obiettivo principale, ma la resilienza.

    È, come ha scritto Olivia Kühni nel suo saggio, il momento del ritorno della politica.

    Così, nella tomba del neoliberalismo, due sistemi economici decisamente politici stanno lottando per divenirne l’erede: Big Brother e Big Government.

    • Big Brother: chi ha il potere politico ha accesso all’economia. E rende ricco sé stesso e i propri seguaci.
    • Big Government: chi ha il potere politico distribuisce la maggior parte possibile del capitale a progetti utili ed alla popolazione.

    Non è un caso che negli ultimi anni sia emersa una tassa minima globale, proprio come i pacchetti di aiuti per il Covid, e che tre proposte di legge di sgravi fiscali siano state respinte in Svizzera. (E non è un caso che sia Biden che Scholz siano entrati in campagna elettorale con lo slogan “rispetto”).

    Questo perché per molte democrazie la sensazione di disuguaglianza è diventata un pericolo reale. Se una parte abbastanza grande della popolazione si sente troppo poco rispettata, basta un’elezione e il paese politicamente si ribalta.

    Dopo tutto, non è la prima volta che ci troviamo di fronte a questo scoglio.

     

    La battaglia dei sistemi

    In effetti, la libertà e il capitalismo hanno già vinto alcune volte contro i sistemi autoritari - come?

    Facendo quello che i sistemi autoritari non possono fare: reinventarsi.

    La rivoluzione liberale in Svizzera ottenne la sua vittoria solitaria nel XIX secolo. Non ebbe successo nella breve guerra del Sonderbund, ma nei disordini che la seguirono. Quando i liberali vittoriosi in brevissimo tempo vararono la costituzione e i codici di legge e fondarono i tribunali, le scuole elementari, le università, la moneta, le ferrovie, le banche, e, poco più tardi, dichiararono i diritti del popolo - in breve, diedero ad un intero paese le sue istituzioni.

    Un inchino all’essere umano attraverso l’azione.

    Negli Stati Uniti, la risposta di Franklin D. Roosevelt alla Grande Depressione degli anni ’30 fu che non c’era “nulla di cui aver paura se non della paura stessa” - e la sperimentazione: un caos risultato da diverse decine di programmi di infrastrutture, dallo smantellamento dei monopoli, dall’incremento delle tasse sui redditi più elevati, dall’innalzamento dei salari - questa fu la culla della classe media occidentale. E la risposta di Roosevelt al nazismo fu una spudorata ricerca di trucchi legali: un trattato per “prestare” alla Gran Bretagna (poi anche all’Unione Sovietica) migliaia di carichi navali di materiale bellico - un oltraggio che probabilmente decise la guerra mondiale. (La propaganda americana battezzò le fabbriche di armi “nastri trasportatori della democrazia”).

    La giovane classe media, con salari alti e alte tasse, vinse anche la successiva battaglia sui nastri trasportatori civili: la guerra fredda contro l’impero sovietico.

    Il capitalismo ha convinto non tanto in forza della sua teoria della storia, quanto piuttosto grazie a televisori, lavatrici, acconciature a torre, sigarette, film a colori, esistenzialismo, piscine, rock‘n’roll, case famiglia, fumetti, concerti rock, vacanze al mare, rivolte e automobili.

    Dunque, attraverso una pletora di cose variopinte, vendute con promesse variopinte. Che ci fosse molta spazzatura fra loro non era poi così male: la cosa cruciale era che il capitalismo si era evoluto, dall’offerta alla domanda, dallo sguardo freddo del padrone di fabbrica a quello sognante del venditore: comprendeva l’uomo come un essere di desiderio.

    In breve, le democrazie del passato, circondate da nemici, si sono inventate qualcosa: uno stato liberale, il New Deal, l’economia sociale di mercato. Hanno fornito ai loro cittadini una maggiore partecipazione. E più dignità.

    (La dignità, in tedesco [Würde], non è senza motivo anche un congiuntivo [würde = potrebbe]: la dignità consiste nell’avere delle possibilità).

    Il rinnovamento democratico funziona ancora oggi come strategia di combattimento: quanto le autocrazie siano inclini a piegarsi di fronte a tale strategia lo si è visto già nel primo mese di guerra.

    • Con una nuova filosofia, l’esercito ucraino ha preso in contropiede la macchina da guerra russa: da parte ucraina, sono le piccole unità a decidere sul campo, mentre i russi seguono la catena di comando.
    • Inoltre, gli aggressori sono stati spiacevolmente sorpresi dal fatto che in Ucraina erano i singoli sindaci e governatori a decidere, da soli - quindi il piano di guerra per rovesciare il governo di Kiev era carta straccia ancor prima che il primo colpo fosse sparato.
    • Allo stesso modo, Mosca ha sottovalutato la forza della resistenza: Non aveva previsto che a Biden, all’UE, a Zelenski potesse venire in mente qualcosa di energico. (I cinici prevedono tutto tranne che qualcuno abbia un cuore).

    Senza tutto ciò, la bandiera russa sventolerebbe ora su Kiev. Perché quando entrambe le parti giocano con le stesse regole, gli autoritari vincono - perché le contravvengono.

    Non a caso l’adorazione degli uomini forti include il culto della crudeltà. La ragione: in tal modo essi possono ancora prendere decisioni difficili. E al contrario delle democrazie effemminate, possono ancora fare sacrifici. Senza però dimenticare che principi e persone, compresi i loro stessi, sono per loro materiale da gioco.

    Ma la grande forza delle democrazie è proprio questa: Ad esse né le regole né le persone possono essere indifferenti. Nessuna democrazia funziona senza lo stato di diritto - e nessuna democrazia sopravvive senza dignità: senza la possibilità per i suoi cittadini di fare qualcosa della loro vita.

    Zelenski, per esempio, lo sa: “Qualunque cosa accada, dobbiamo tutti pensare al futuro, a cosa sarà dell’Ucraina dopo la guerra, a cosa vogliamo dalla vita, perché questa è la guerra per il nostro futuro”. Ed ha ragione: chi lotta contro gente come Putin deve pensare al futuro.

    Perché il più grande pericolo minaccia le democrazie non dall’esterno, ma dall’interno: Quando la sfiducia e il rumore politico le hanno paralizzate e un candidato come Trump chiede: “Cosa avete da perdere?”.

    La decisione nella guerra dei sistemi non viene presa sul campo di battaglia, ma in politica. Più precisamente, nella questione se le democrazie hanno ancora la forza e l’immaginazione per colpire ancora con forza.

     

    Il nostro lavoro

    Stiamo creando qualcosa di nuovo?

    Solo poche settimane fa, si sarebbe detto: impensabile. Ma da allora sono successe molte cose impensabili. Gli Stati Uniti sono stati lungimiranti. L’Europa si è mostrata unita. E gli ucraini hanno avuto il cuore, l’abilità e le informazioni dei servizi segreti per abbattere la macchina militare russa.

    È il momento di buttare a mare alcune delle nostre opinioni, ascoltare, fare alleanze e imparare in fretta. Perché il fascismo è tornato. E vuole una rivincita. Nessuno sa ancora se la prossima guerra sarà calda o fredda. L'unica cosa chiara è che vinceremo, perché altrimenti non ci sarà più nulla che renda la vita degna di essere vissuta. O per dirla in modo più elegante: nave da guerra russa, vaffanculo!

    Niente di tutto questo è nuovo. Generazioni hanno combattuto per le democrazie in cui siamo cresciuti. Ora è il nostro turno.