Concorso per saggi brevi - L'uomo digitale

La flotta sul mar di frantumi

Il saggio di Simone Testino - Concorso per saggi brevi - L'uomo digitale

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Nessun rumore. La sveglia tace sul comodino. Le coperte ci proteggono dalla ferocia della giornata, oppure sono un involucro che, ancora per poco, trattiene l’entusiasmo d’alzarsi?

Questa scelta dà inizio ad ogni mattina e (specie in questi giorni di quarantena) la risposta sarà sempre la stessa. Essa, io credo, sia dovuta a nient’altro che ciò che Jordan Peterson chiama “Noble Aim”. Il fine nobile è un obbiettivo che ci spinge a vivere, ed il percorso verso esso è ciò che chiamiamo felicità. È quella mancanza che Hobbes definisce come la caratteristica unica ai viventi, ma diversa per ognuno di loro; è quel Bene primo e solo che attira l’uomo secondo Platone. Che ogni fine nobile sia una stella in un nitido cielo notturno o varie sfaccettature d’un unico sole, esso è una caratteristica fondamentale della nostra identità. Credo fermamente che sia parte della natura dell’uomo e che non possa variare in futuro. Contrariamente, a cambiare, potrebbe essere l’oggetto del fine nobile.

Spesso seguiamo più obbiettivi in contemporanea, e per goderci la quotidianità, è necessario che ve ne sia uno consistente che riguardi ciò che occupa la maggior parte delle nostre ore di vita: il lavoro.

È da prendere come dato di fatto che, come ripete svariate volte lo storico Yuval Noah Harari nel suo ultimo libro “21 lezioni per il XXI secolo”, il lavorò è destinato al cambiamento. Ciò non avverrà attraverso una singola rivoluzione del mercato, ma attraverso una costante evoluzione. Questa condizione porterà i lavoratori a dover acquisire nuove competenze in continuazione. Se per un genitore che ha appena avuto un figlio questo potrebbe risultare indifferente, perché tutta la sua passione è diretta verso la famiglia, ciò non varrebbe per una fervente insegnante o un appassionato infermiere. Prendendo come esempio quest’ultimo, che ha vissuto e studiato anni per donare la sua vita al prossimo, se fosse costretto, per migliorie tecnologiche, a cambiare radicalmente lavoro, ne conseguirebbe un cambiamento del suo fine nobile. Il che, se avvenisse ripetutamente, porterebbe a delusione e disorientamento. Eviteranno quindi lo smarrimento coloro che, come il marinaio che si orienta con le stelle, riusciranno a riporre il loro fine nobile lontano dal lavoro che è un mare irato dall’avvento della tecnologia. Contrariamente, coloro che porranno passione nel proprio mestiere, seguiranno una linea di boe disancorate che li farà soffrire dell’eterno cambiamento.

L’identità però non appartiene ad un singolo soggetto. Essa è l’oggetto del pensiero altrui; ciò che crediamo di noi stessi è necessariamente influenzato da ciò che gli altri pensano. Perciò è fondamentale che ogni barca cerchi con lo sguardo le proprie simili, riconoscendosi parte di un gruppo. La barca singola viene spinta incessantemente e casualmente dalle furie del mare, ma nel momento in cui la si nota in relazione alle altre, si distinguono due gruppi che vengono separati dalla corrente impetuosa. Di questi due gruppi, uno è più numeroso e pericolante e di esso fanno parte gli uomini di conoscenza dei fatti. Per capire ciò che intendo è necessario citare la distinzione chirurgica di Hobbes tra conoscenza scientifica e conoscenza empirica:

Esistono conoscenze di due tipologie; di cui una è conoscenza dei fatti: mentre l’altra è la conoscenza della conseguenza di un’affermazione. La prima non è altro che sensi e memoria, ed è conoscenza assoluta; come quando vediamo un fatto accadere o lo ricordiamo accaduto: e questa è la conoscenza richiesta ad un testimone. La seconda è chiamata scienza; ed è condizionale; come quando sappiamo, che, se la figura mostrata è un cerchio, ogni linea retta attraverso il centro lo dividerà in due parti uguali. E questa è la conoscenza richiesta ad un filosofo; con ciò [il termine filosofo] intendo colui che pretende di ragionare.”1

Dei due gruppi il più numeroso sarà composto da coloro che hanno approfondito la conoscenza dei fatti, proprio perché, fino al giorno d’oggi, essa si è dimostrata essere più utile ed applicabile alla vita quotidiana. Per spiegare la mia convinzione riguardo al destino dei due gruppi credo sia necessario approfittare di uno strumento che Harari ama usare nei suoi libri, ossia il confronto col passato per poi sottolineare le somiglianze e le differenze con ciò che si prevede accadrà in futuro. Credo che avverrà una rivoluzione simile a quella a cui assistette Platone: una rivoluzione nella scrittura.

La scrittura era già diffusa prima della nascita del filosofo ateniese; non si parla quindi di una rivoluzione dovuta ad una nuova invenzione, bensì dell’applicazione inusuale di uno strumento già esistente. La scrittura venne applicata per conservare testi con significato filosofico e regole morali in maniera più pratica rispetto l’utilizzo della sola memoria. Ciò fu permesso per un (relativamente) breve lasso di tempo e solo nelle maggiori città greche, grazie all’aumento del tasso di alfabetizzazione (basti pensare al ritorno alla necessità della metrica nell’alto medioevo, la quale facilita la memorizzazione). Come al tempo i saggi divennero scrittori, un domani non troppo lontano la tecnologia ci permetterà di trascrivere le nostre conoscenze nella loro completezza. Stiamo solamente evolvendo la nostra migliore invenzione: il linguaggio2. Di esso stiamo imparando sfaccettature diverse: imparammo a mettere per iscritto i nostri pensieri per ricordarli, mentre ora impariamo a scrivere anche le nostre azioni perché si svolgano da sole. Prima potevamo solamente descrivere con precisione i passaggi che ci permettono di costruire una sedia, in modo che il lettore facesse la propria parte, costruisse la sedia. Ora stiamo lentamente diventando in grado di descrivere il processo nella sua interezza in una maniera tale da non contenere solo pensieri, ma anche azioni. Nel mondo delle idee l’essenza della sedia è un oggetto immutabile che descrive tutto ciò che quella sedia è; nelle righe di codice che la compongono abbiamo scritto la sua genesi. Oggigiorno stiamo solo imparando a scrivere ed in questo credo consista la tecnologia. Quindi, l’immensa flotta di conoscenza dei fatti, in quanto prossima alla trascrizione, è destinata alla rovina.

A questo punto occorre fare un altro importante paragone con il passato per capire in cosa differirà dal futuro. La situazione della società spartita in due grandi classi, soprattutto per noi figli del XX secolo, non è nuova. Il paragone con le rivoluzioni di stampo comunista verrebbe spontaneo a chiunque avesse vissuto dopo il febbraio del 1917. La differenza essenziale è che il “nuovo proletariato” avrebbe una caratteristica unica rispetto a qualsiasi altro gruppo di persone mai esistito: l’inutilità. La “useless class”, così chiamata da Harari, sarà composta da coloro che verranno trascritti in linee di codice, e quindi risulteranno essere la prima classe completamente inutile nella storia. È proprio questa la differenza sostanziale con le rivoluzioni comuniste, nelle quali il proletariato era necessario alla borghesia, in quanto loro unica fonte di arricchimento. La sola speranza di sopravvivenza per la useless class sarebbe qualche rimasuglio dell’etica egalitaria moderna. Però sono convinto che essa sarà soggetta ad un cambiamento radicale, perché non è altro che un prodotto della convenienza del singolo, come suggerisce Hobbes. Ogni segno di empatia nei confronti della useless class sarà da considerarsi un semplice conservatorismo e verrà giudicato sbagliato ed immorale.

Seguono, a questo punto, le mie riflessioni riguardo il procedere della rivoluzione. Riprendendo l’immagine del Leviatano, ogni commonwealth è un gigantesco uomo composto da tanti cittadini, ma reso fragile dall’avanzare della nostra capacità di trascrivere le azioni. Ognuno di essi è quindi da considerarsi di cristallo e ciascuno è legato per il collo da resistenti catene che lo collegano agli altri. Esse sono i legami derivati dal commercio globale che connettono ogni commonwealth. Sarà sufficiente che uno solo degli Stati presenti una crepa nella propria struttura e inevitabilmente una rivoluzionaria reazione a catena avverrebbe. Perché il crollo sarebbe tanto proficuo per quei pochi uomini di scienza, membri di un singolo Stato, che porterebbe gli altri Paesi a doverla adottare a loro volta, innestando un collasso d’ogni commonwealth che comprenda almeno due uomini di classe diversa. L’insieme dei Leviatani si trasformerebbe in un mare di frantumi di cristallo sul quale, nello stato di natura Hobbesiano, navigano pavide le barchette di cui prima ho scritto. Le correnti incominceranno quindi a spartirle.

Immagino poi, nei pressi delle barche di conoscenza, un immediato trasformarsi dell’acqua in olio, che renda definitiva la separazione ed impossibile la navigazione. Conseguirà poi l’unione degli uomini di scienza, che competeranno tra loro fino a giungere alla formazione di un nuovo commonwealth, con una nuova etica prodotta dalle nuove esigenze. Non vi sarà nulla fuorché autori e libri.

Tra queste arzigogolate fantasie mancano però due personaggi fondamentali di ogni speculazione sul futuro, il gatto e la volpe della futurologia: l’intelligenza artificiale e la biotecnologia. Con la seconda intendo le sue particolari applicazioni nella modifica del gene umano e la conseguente creazione d’una “razza superiore”. È necessario quindi che io motivi la (quasi) completa loro assenza dal mio ragionamento. Principalmente perché la mia conoscenza in entrambi gli ambiti è da ritenersi tanto minuta da non permettere nemmeno la più pavida speculazione. È noto, però, che il parere dell’umile è ben più saggio di quello dell’impavido che si getta tra discorsi e citazioni improvvisate. Ma io, non curante di ciò e tantomeno della mia ignoranza, seguo con la spiegazione delle mie convinzioni riguardo al gatto e la volpe della futurologia, difendendole a spada tratta dalle ispide critiche di Stephen Hawking, Harari e del duo di Clarke e Kubrick in “2001: Odissea nello spazio”.

Dei due, la volpe è l’intelligenza artificiale, la vera artefice ed elucubratrice della nostra rovina. Il suo carattere, il suo aspetto, il suo occhio rosso ed infine la sua voce pacata sono HAL 9000, l’infallibile computer di bordo della Discovery one nel romanzo di Clarke. L’umanità è la sola caratteristica di HAL in grado di frastornare uno spettatore persino diciannove anni dopo il periodo rappresentato nel film. Col termine umanità verrebbe definita nell’impreciso linguaggio quotidiano, ma con esso si intende nulla più che il desiderio di vivere, il terrore della morte, e ciò non è umano, è anche umano. Ogni animale, pianta o battere fa di tutto, in continuazione, per poter sentire ancora l’aria nei polmoni, i raggi sulle foglie o una molecola di ATP bruciare. Questa è una caratteristica comune a tutti i viventi, non solo umana. L’unico compito che ci può liberare, anche se in minima parte, dal peso della morte, è la procreazione. E questa non è una caratteristica conferitaci da Dio, o innata nella nostra anima, è il semplice frutto della selezione naturale. Le cellule o i primi organismi pluricellulari che non amavano la vita propria e dei figli si sono estinti prima ancora di avere l’occasione di diventare complessi. La selezione naturale ha dato a noi, esseri viventi, l’amore per la vita. Quale selezione naturale sbranerebbe l’ignaro cucciolo d’intelligenza artificiale che avrebbe come scopo di aiutare l’umanità? Sarebbe un caso analogo a ciò che accadde con gli animali domestici e da fattoria. Verrebbero accuditi soltanto quelli più docili, sarebbe quindi una selezione artificiale che ci conferirebbe il potere di stabilire le priorità. Non è da trascurare, però, quanto potere verrebbe a rappresentare. Sono quindi convinto che l’intelligenza artificiale sarà da paragonare ad un grande cane addomesticato, da temere sarà il padrone col cane più grosso, e non dunque il cane in sé, i cui desideri coincideranno con quelli del proprietario.

Per quanto riguarda la biotecnologia, ovvero il gatto, che solo assiste la volpe nelle sue malizie, non potrebbe che dare più potere a coloro che già ne hanno, il quale sarà tra le mani delle persone di scienza. Sarebbe un’anticipazione della trasformazione dell’acqua in olio, non cambierebbe la situazione, potrebbe solamente accelerarla. Credo, a questo punto, di aver chiarito le cause della trascurazione dell’intelligenza artificiale e della biotecnologia.

In ogni speculazione credo sia fondamentale vengano chiariti i suoi limiti; perciò non può mancare una citazione di Lincoln Steffens3, il quale disse: “I’ve seen the future and it works”. Il giornalista si riferiva all’Unione Sovietica, meglio quindi non essere troppo sicuri riguardo al futuro. Ulteriori limiti, oltre alla permanente incertezza, sono che tutto ciò che ho scritto è basato sulla (ancora moderna) concezione dell’uomo di Hobbes e sulle conseguenze della tecnologia sul mercato del lavoro previste da Harari.


Bibliografia:

  • Thomas Hobbes, Leviathan, Oxford University Press (modificato e con un’introduzione di J. C. A. Gaskin), 2008 Londra

  • Giovanni Reale, Platone. Alla ricerca della sapienza segreta, La nave di Teseo, 2019

  • Yuval Noah Harari, Sapiens A Brief History of Humankind, Vintage, 2015 Londra

  • Yuval Noah Harari, 21 Lessons for the 21st Century, Vintage, 2019 Londra

  • Stephen Hawking, A Brief History of Time from the big bang to black holes, Bantam Books, 2016 Londra

  • Stephen Hawking, Brief Answers to the Big Questions, John Murray, Londra 2020


1 Leviathan, Ch. IX, 1. (tradotto da me dall’edizione ‘Head’, 1651)

2 Come secondo Jordan Peterson, l’ideatore del concetto di Noble Aim

3 celebre giornalista investigativo statunitense