Etica, società, cultura

Cosa sono gli studi culturali?

La conoscenza non è né autonoma, né qualcosa di determinabile dal di fuori, ma un campo d'azione animato da differenze e lotte sociali. R. Johnson

 

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Di cosa si occupano gli studi culturali ? come e perché si differenziano da altre discipline quali la critica letteraria? e cosa ci dicono riguardo a noi stessi ed alla nostra attualità?

 

Sull'onda di un revival del e di una critica al pensiero marxista, nascono in Inghilterra, negli anni '60, gli Studi culturali. Al cuore della disciplina c'è la nozione di "cultura" e la questione di come debba essere intrapreso il suo studio. La necessità sullo sfondo della quale nasce questo orientamento di studi corrisponde all'urgenza di prestare attenzione agli aspetti culturali dei processi economici descritti da Karl Marx.

Il concetto di cultura è stato isolato da subito da un contesto ‘alto’ ed elitario (un’accezione, quest’ultima, molto radicata nella società e nel sistema universitario inglese, profondamente classista), ed è stata osservata e studiata nei suoi aspetti più mondani e apparentemente ovvi, nella convinzione che la cultura (così come la storia) di un popolo, di un gruppo, o di una formazione sociale, non costituisca un mero contesto, fisso ed inerte, una ‘scenografia’ per l’azione politica, ma un fondamentale e complesso processo produttivo ed auto-produttivo costantemente attivo.

Gli studi culturali si sono da sempre proposti di osservare i fenomeni culturali in concomitanza con quelli sociali, senza operare e senza necessariamente osservare le rigide divisioni disciplinari caratteristiche del sistema accademico inglese/Europeo, nella convinzione che spesso, le discipline accademiche, al fine di tracciare i confini del proprio dominio e legittimarsi come ‘scientifiche,’ creino entità di studio parzialmente fittizie, ‘da laboratorio,’ come “la letteratura scevra dalla politica, la sociologia scevra dalla filosofia, la filosofia scevra dalla questione dell’etnia, la psicologia scevra dalla storia, la teologia scevra dalla questione del genere, la musica scevra dall’etnicità, e ogni cosa scevra dai media.1” Volendo anticipare uno sviluppo più tardo ma fondamentale, aggiungo a questi esempi ‘la storia europea scevra dalla sua storia coloniale.’

Il principale centro universitario dedicato agli studi culturali è stato il ‘Centre for Contemporary Cultural Studies’ dell’Università di Birmingham, fondato da Richard Hoggart (1918-2014) nel 1964. Dopo Hoggart, il centro è stato diretto da Stuart Hall (1971-1979) e Richard Johnson (1980–1987). Nel corso dei successivi decenni, nuovi centri e facoltà dedicati agli studi culturali sono stati fondati in Europa, negli USA, in Australia, Nuova Zelanda, America Latina, e nel mondo asiatico (India, Taiwan), mentre la “Birmingham School of Cultural Studies,” è stata chiusa, tra accese polemiche e numerose proteste, nel 2002.2

Nel periodo tra la fine degli anni 60 ed il decennio successivo, gli studiosi che lavorano alla scuola di Birmingham sotto la direzione di Stuart Hall danno una forma riconoscibile alla materia degli studi culturali, scrivendo una serie di testi di riferimento. Si tratta soprattutto di trattati di analisi politica che ‘leggono’ ed aiutano a capire l’ascesa politica thatcheriana dalla prospettiva delle classi lavoratrici del tempo.

Questi testi partono dalla matrice teorica marxista dell’analisi delle forme culturali in relazione all’economia politica – e da un’interpretazione di quest’ultima profondamente influenzata dal pensiero di Antonio Gramsci (1891-1937) e Louis Althusser (1918-1990) – per spaziare in ambiti precedentemente inesplorati, concentrandosi soprattutto sulle cosiddette ‘sottoculture giovanili’ ed il loro ruolo di contestazione in relazione alle forme più ortodosse ed egemoniche della cultura di massa.

Nel corso dello stesso decennio, nell’ambito degli studi culturali si affermano, sempre più numerose, critiche di matrice femminista e studi sulle politiche sociali e culturali legate alla razza. Richard Johnson, in un saggio del 1986/7 che ora può essere letto come un’analisi del ed una riflessione sul primo ventennio della disciplina e dei suoi contributi alle scienze sociali, illustra alcuni principi fondamentali alla base della materia:

...i processi culturali sono intimamente legati alle relazione sociali, specialmente alle relazioni di classe e ai processi di formazione sociale, alle divisioni di genere, alla strutturazione razziale delle relazioni sociali [...] la conoscenza non può prescindere dal potere e contribuisce a creare asimmetrie nelle possibilità che gli individui e le comunità hanno di definire e realizzare le proprie necessità. Quindi la conoscenza non è né autonoma, né qualcosa di determinabile dal di fuori, ma un campo d’azione animato da differenze e lotte sociali.3” (Johnson 1986/7: 39)

Da qui nasce, per poi consolidarsi, il primo dei due approcci più caratteristici (e riconoscibili) degli studi culturali: un’analisi che si pone l’obiettivo di osservare un determinato prodotto commerciale o testo culturale - un testo letterario, un film, una campagna pubblicitaria, il resoconto di una vacanza in una rivista popolare, la recensione di un ristorante, un prodotto commerciale...- in tutti i suoi aspetti di produzione e ricezione. L’assunto di base è che questo percorso non è lineare: un testo-ricevuto non corrisponde quasi mai ad un testo-prodotto.4

Da questa prospettiva, quindi, questo tipo di analisi si propone di esplorare le modalità di ricezione ed elaborazione di diversi gruppi di consumatori/lettori e come questi, di volta in volta, si appropriano dei prodotti/testi ideati per un certo uso e consumo, spesso trasformandoli in qualcosa di diverso e di inaspettato. Il punto fondamentale di quest’approccio è prendere la cultura, in tutte le sue nelle sue accezioni (alte, popolari, e le cosiddette forme di ‘sottocultura’ popolare) sul serio, partendo dall’assunto che le fasi d’ideazione, produzione, ma anche la circolazione e le modalità di consumo, di elaborazione e lettura di un prodotto/testo sono tutte fasi di un processo sempre in atto di creazione di significati più ampi al quale contribuiamo tutti (in misura profondamente diversa e diseguale).

Questi significati, a loro volta, entrano a far parte delle nostre soggettività, individuali e collettive, in un processo sempre attivo, ma quasi sempre inconsapevole, di creazione e auto-creazione. Johnson afferma, a tal proposito, che “è proprio perché sappiamo che non abbiamo il controllo delle nostre soggettività che abbiamo così tanto bisogno di identificarne le forme, tracciarne la storia e possibilità future.” (1986/7: 61)

Le creazioni dell’intelletto umano, quindi, non si presentano, di volta in volta, ad una soggettività fissa, immutabile e al di fuori della storia, perché nessuna forma di coscienza e di conoscenza, riflessiva o sul mondo, e’ al di fuori della storia umana e dei suoi mutamenti: “per me gli studi culturali” Johnson continua, “riguardano fondamentalmente le forme storiche della coscienza, o della soggettività, le forme soggettive che viviamo, e secondo cui viviamo, o in una pericolosa compressione, o forse riduzione, il lato soggettivo delle relazioni sociali.” (1986/7: 43)

Sono forse il riconoscimento del connubio tra conoscenza e potere, l’impossibilita’ di trattare separatamente questi due aspetti dell’esperienza umana, ed il processo di creazione reciproca e continua tra soggetto ed oggetto di conoscenza che costituiscono i più forti punti di contatto tra la disciplina degli studi culturali ed il pensiero di Michel Foucault (1926-1984).

Ne L’Archeologia del Sapere (1969), Foucault, invece di trattare l’odierna organizzazione accademica della conoscenza come sistema ‘dato’ e neutrale, una suddivisione tassonomica che semplicemente riflette le categorie ‘naturali’ dello scibile umano, analizza i processi storici e culturali alla base della loro formazione e successivo sviluppo, percependole ed illustrandole come ‘formazioni discorsive,’ storicamente e socialmente determinate, che costituiscono particolari tradizioni di sapere – e potere.

Ciò che sottende la possibilità della conoscenza è un’episteme condivisa, dei principi comuni a tutte le discipline che le rendono comprensibili a determinate soggettività (a determinati tipi di essere umano, storicamente costituiti), ed in determinate epoche storiche. Queste tradizioni, o formazioni discorsive, costruiscono e accumulano conoscenza entro i confini di ciò che le nostre soggettività, individuali e collettive, riescono di volta in volta a pensare, immaginare, supporre, proporre ed esprimere in un determinato momento storico e spazio geografico.

Da qui prende forma il secondo importante indirizzo degli studi culturali: un’analisi che si propone di osservare e raccontare la soggettività umana ed i suoi mutamenti storici nelle sue incarnazioni testuali. Questo approccio adotta, in parte, gli strumenti dell’analisi formale dei testi letterari, ma ha come obiettivo specifico l’analisi dei ‘discorsi,’ delle sue categorie e delle ricorrenze di patterns descrittivi, non come espressioni di un ethos e sensibilità meramente individuali e letterarie – l’analisi discorsiva non si pone l’ obiettivo di misurare il valore letterario di un determinato testo- ma analizza ciò che un testo dice per ciò che dice, per la sua capacità di concretizzare e rendere parzialmente visibile (anche se certamente non trasparente) un pezzetto dell’episteme che lo ha concepito ed in cui è stato concepito.

Se la nostra soggettività è attiva e in continua formazione anche quando la nostra coscienza non lo è, alcune delle nostre più familiari azioni, categorie e associazioni non sono affatto immediatamente leggibili e possono costituire un appassionante oggetto di studio.

Quindi l'analisi culturale e/o discorsiva del testo non ha come oggetto finale né l’analisi formale della lingua né delle motivazioni individuali e/o collettive inconsce ‘nascoste’ nel testo (anche se questi approcci mettono a disposizione strumenti utili ed importanti), ma prende in esame le ‘agglomerazioni discorsive’ del testo al fine di ‘de-costruirle,’ di mettere in luce quella parte della realtà che non ci si presenta in una composizione neutra e/o casuale, ma in strutture tassonomiche di significati culturali ed etici profondamente radicati e stratificati.

La decostruzione di un mondo di idee, un mondo che viviamo, di cui facciamo parte, che contribuiamo a creare ma raramente esaminiamo, un mondo che è allo stesso tempo potente ed elusivo, non ha, come obiettivo generale, la scoperta delle ideologie come espressioni di una volontà conscia di promuovere una prospettiva egemonica sul mondo, ma ha quello di imparare a guardare al discorso come atto sociale fondamentale, ed esporre i suoi strati “portando alla luce i suoi significati sedimentati e addormentati nei testi.” (Parry 2004: 17) 5

Una disciplina accademica, per essere e proporsi come utile, funzionale ad un determinato soggetto ed alle sue esigenze, e soprattutto autorevole, deve avanzare operando scelte, producendo e promuovendo nozioni sempre nuove a discapito di molte altre. Questo processo non rende affatto la disciplina in questione ‘incompleta,’ ‘inaffidabile’ o ‘inadeguata,’ ma più che costituire un repositorio di verità oggettive, i suoi contenuti e meccanismi aprono una finestra sul funzionamento umano, svelando la natura contingente, storica, e profondamente politica (nell’accezione di satura di relazioni di potere) della conoscenza. In altre parole, la corrente suddivisione delle discipline accademiche ed i loro meccanismi di funzionamento sono una parte del problema da investigare, non una soluzione.

Edward Said (1935-2003) usa quest’intuizione per aprire la porta alla teoria postcoloniale. In Orientalismo (1979), Said rende visibile, applicandola ad una tradizione discorsiva accademica di indiscusso prestigio, la connessione profonda tra conoscenza e ragioni di potere. Investigando il groviglio di sete di conoscenza, volontà di potere, pulsioni di controllo e ragioni di espansionismo imperiale alla base della nascita e successivo sviluppo delle discipline orientali di tradizione Europea (soprattutto inglesi e francesi), Said illumina l’importanza delle relazioni di potere come motore di conoscenza, la centralità del processo di immaginazione e narrazione alla base di qualsiasi ricostruzione storica, e sopratutto la natura profondamente dialettica del processo storico di costruzione di un’ ‘Europa’ immaginata, concepita, e raccontata, nel corso dei secoli moderni, in opposizione ad un ‘Oriente’ concepito, immaginato, e raccontato come suo doppio e ‘altro,’ controparte negativa e costellazione simbolica di controvalori politici, culturali ed etici.

Nel corso degli ultimi cinquant’anni, la teoria postcoloniale si è significativamente sviluppata ed affermata, producendo studi ed indagini sulla genealogia e successivo affermarsi dell’archivio eurocentrico e sulle politiche di rappresentazione dell’alterità. Gli studi culturali sono stati profondamente permeati dagli sviluppi della teoria coloniale, ed hanno a loro volta fornito importanti strumenti analitici ad altri campi di sapere vicini e correlati, creando numerose sovrapposizioni non solo con la teoria postcoloniale, ma anche con la teoria critica, per esempio, gli studi di genere, gli studi letterari, gli studi di letteratura comparata, e con tutte quelle discipline che hanno intrapreso un’indagine auto-riflessiva, riesaminando le loro necessita’ storiche ed i loro obiettivi correnti e futuri.

Cercare di capire qualcosa delle nostre soggettività storiche (e correnti) tracciando la storia di un oggetto culturale e di consumo come il walkman, per esempio, o approcciare testi (letterari e non) con l’idea di recuperare alla nostra comprensione e consapevolezza una parte della nostra soggettività può sembrare un obiettivo velleitario e astruso, ma, se ci si pensa, ci sono discipline consolidate che si propongono lo studio metodico ed accurato di oggetti non meno astratti ed ‘invisibili’ della soggettività e delle sue forme storiche, come ad esempio l’arte, o la psiche. L’immaginazione umana non è libera da condizionamenti storici, sociali e culturali, almeno non completamente, ed è importante riflettere su questi meccanismi di creazione ed auto-creazione.

 

 

1 Paul Bowman (2011) Studi culturali e Cultura Pop, Selected Writings, traduzione di Floriana Bernardi. Bari, Italia: Progedit, pp. V-VI.

2 L’approccio alle scienze sociali che gli studi culturali propongono e promuovono è stato di volta in volta adattato alle storie locali, dando vita a tradizioni significativamente diverse. Se, per esempio, in America Latina il tema della decolonizzazione e della decolonizzazione della conoscenza è centrale, a Taiwan la materia ha fornito nuovi spunti e strumenti per riflettere sulla storia del paese e sui suoi rapporti con la Cina continentale, il Giappone, e gli Stati Uniti.

3 Richard Johnson, “What is Cultural Studies Anyway?” Social Text. no.16 (1986-1987), pp.38-80. La traduzione di tutte le citazioni dal saggio di Johnson è mia.

4 Per un esempio emblematico di questo tipo di analisi culturale, vedi du Gay, P., Hall , S., James, L., Madsen, A. K., Mackay, H., & Negus, K. (2013). Doing Cultural Studies: The Story of the Sony Walkman. (2. ed.) London: SAGE Publications.

5 Parry, Benita. 2004. Postcolonial Studies: A Materialist Critique. London: Routledge. La traduzione è mia.