Rubrica: What is...?

Che cos’è l’epistemologia storica?

"L'epistemologia è storica perché non può fare a meno di considerare il suo oggetto, la conoscenza scientifica, come un oggetto storico"

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Contrariamente alle altre correnti epistemologiche novecentesche, all’epistemologia storica non corrisponde né un metodo formalizzato, né una lista di autori ritenuti canonici. Si può però avere un’idea abbastanza precisa di che cosa sia l’epistemologia storica guardando con attenzione almeno a due dei contesti filosofici in cui l’utilizzo di quest’espressione ha giocato un ruolo importante.

 

Si ritiene che lo storico della scienza francese Abel Rey sia stato il primo ad utilizzare l’espressione “épistémologie historique” nel 1907, nella sua tesi di dottorato in storia della fisica. Occorre notare come già il termine “épistémologie” abbia una connotazione diversa rispetto all’inglese “epistemology”, spesso usato come sinonimo di gnoseologia o di teoria della conoscenza. Con “épistémologie” si intende invece la filosofia della scienza, compresa come “lo studio critico dei principi, delle ipotesi e dei risultati delle diverse scienze, finalizzato a determinare la loro origine logica (non psicologica), il loro valore e la loro portata obiettiva” (Lalande, Vocabulaire technique et critique de la philosophie, 1902-1923). Per Rey, quindi, se, da un lato, i filosofi anglo-americani, col termine “epistemology”, intendono delle “ricerche trascendentali sui principi e le condizioni generali della scienza”, un’epistemologia storica sarà invece “una ricerca storica sullo spirito generale di ogni scienza”, vale a dire, “una ricerca documentaria, l’insieme delle osservazioni storiche necessarie per fondare una visione d’insieme esatta sulle diverse scienze” (La théorie physique chez les physiciens contemporains, 1907). Per certi versi è possibile far risalire questa definizione, così come molti altri tratti salienti dell’epistemologia storica francese, ad Auguste Comte e a varie fasi successive di rielaborazione, anche critica, del suo positivismo originario. Una “preistoria” dell’epistemologia storica dovrebbe quindi includere i dibattiti attorno alla scienza, i suoi metodi e i suoi scopi animati da scienziati e filosofi come Antoine Augustine Cournot, Gaston Milhaud, Léon Brunschvicg, Pierre Duhem e Henri Poincaré, solo per citarne alcuni.

 

È senz’altro la Francia della prima metà del secolo scorso a rappresentare uno dei momenti più intensi di elaborazione dell’epistemologia storica, che si fa spazio tra le alternative teoriche dell’epoca, quali la fenomenologia, la psicanalisi e il marxismo. La diffusione del termine “epistemologia storica” si deve a Dominique Lecourt, che l’ha utilizzato per riferirsi ai lavori di Gaston Bachelard. L’epistemologia storica, secondo Lecourt, non deve essere compresa nel senso di una “storia dell’epistemologia” – una visione retrospettiva sulle epistemologie del passato o sulle teorie della conoscenza abbandonate. Per Lecourt, Bachelard, “aprendo il campo dell’epistemologia storica, ha messo a nudo […] le condizioni reali – storiche – della produzione delle conoscenze scientifiche” (L’épistémologie historique de Gaston Bachelard, 1969). L’epistemologia è allora storica perché non può fare a meno di considerare il suo oggetto, la conoscenza scientifica, come un oggetto storico. Lo stesso Lecourt ha poi articolato l’epistemologia bachelardiana sulla “storia epistemologica” di Georges Canguilhem e su quella “archeologica” di Michel Foucault (Pour une critique de l’épistémologie: Bachelard, Canguilhem, Foucault, 1972). Ciò ha contribuito a rafforzare l’idea che ai lavori di Bachelard, Canguilhem e Foucault corrisponda una fase fortemente caratterizzante dell’epistemologia francese. Anche se non si può parlare, a proposito di questi tre autori, di una vera e propria tradizione o di una scuola di pensiero, è possibile rimarcare una certa continuità tra di loro, e non solo a livello metodologico. Canguilhem, infatti, da un lato succede a Bachelard alla cattedra di storia e filosofia della scienza della Sorbona e alla direzione dell’Institut d’Histoire et de Philosophie des Sciences et des Techniques (fondato da Rey nel 1932), dall’altro dirige la tesi di dottorato di Foucault, col quale mantiene poi un rapporto intellettuale fino alla morte di quest’ultimo.

 

Coloro i quali riconoscono in questa fase uno tra i momenti più rappresentativi dell’epistemologia storica francese tendono anche a riconoscere nel tema della discontinuità epistemologica il tratto distintivo di quest’approccio allo studio della scienza e del sapere in generale. Bachelard ritiene che tra senso comune ed esperienza scientifica non vi sia un passaggio fluido o una continuità sostanziale, ma una rottura netta. Diversamente da quanto postulato, per esempio, da Émile Meyerson, secondo Bachelard il pensiero scientifico non procede in maniera continua e cumulativa, ma per mutazioni, spesso improvvise, che cambiano radicalmente i suoi quadri concettuali. Se Canguilhem e Foucault mutuano da Bachelard quest’attenzione per le “rotture” è anche vero che ne modulano l’applicazione in funzione dei rispettivi campi d’indagine. Se, fino a Bachelard, le scienze oggetto dell’epistemologia francese si limitano sostanzialmente alle scienze naturali, fisiche, chimiche e matematiche, con Canguilhem queste si ampliano alle scienze della vita quali fisiologia e biologia. Con Foucault il raggio d’azione si amplia ulteriormente fino ad includere la psicologia, la medicina e le scienze umane. In biologia, ad esempio, non è possibile reperire con facilità rotture nette e rivoluzionarie come quelle tra la fisica classica e quella quantistica. Inoltre, il terreno “archeologico” delle indagini foucaultiane si riferisce ad un insieme di eventi discorsivi più “profondi” di quello degli enunciati scientifici della fisica, della biologia e della psicologia, e ne costituisce piuttosto l’insieme delle condizioni storiche di possibilità. Ed è proprio in virtù della differenza tra le “regioni” o “strati” del sapere presi in esame che Bachelard, Canguilhem e Foucault fanno un appello diverso alla categoria della discontinuità.

 

A prima vista non c’è niente di più opposto ai principi dell’epistemologia storica che il programma del neopositivismo del Circolo di Vienna o di Berlino. Il neopositivismo o empirismo logico si caratterizza per un approccio astorico e per un programma che mira all’unificazione della scienza, così come per una attenzione quasi esclusiva per la teoria, a discapito della sperimentazione. Sembra quindi opporsi punto su punto alla corrente dell’epistemologia francese che è detta “storica” in ragione del suo approccio “regionale” e “pratico” alla conoscenza. In realtà, sia i primi rappresentanti dell’epistemologia storica, sia gli esponenti del neopositivismo intendono promuovere l’idea di una “filosofia scientifica” in contrasto con la filosofia tradizionale. In un certo senso questi due approcci si sono imposti come reazioni ed elaborazioni del positivismo originario di Comte: il convenzionalismo di Pierre Duhem, e, in un certo senso, di Abel Rey, così come il fenomenalismo di Ernst Mach e di Henri Poincaré sono altrettanti punti di riferimento comuni tra positivismo logico ed epistemologia storica. Gli incontri effettivi tra alcuni rappresentanti dell’una e dell’altra tradizione non sembrano però aver dato luogo né ad una comprensione reciproca, né allo scambio effettivo e duraturo di interessi e preoccupazioni. Questo mancato dialogo ha senz’altro contribuito a creare quello iato tra la filosofia della scienza “continentale” e quella anglosassone che ha caratterizzato i decenni successivi, fino ad oggi.

 

Se si può parlare di un dialogo mancato tra neopositivismo ed epistemologia storica, significativo è invece l’incrocio di quest’ultima con il marxismo althusseriano e con la sociologia bourdesiana. Sia Louis Althusser che Pierre Bourdieu si sono detti debitori nei confronti tanto della “scuola bachelardiana” quanto del “magistero intellettuale” di Canguilhem, e ritengono di aver proseguito l’epistemologia storica in direzioni diverse. È proprio nell’accezione marxista che si trovano, a partire dagli anni ’70, i primi riferimenti all’epistemologia storica in ambito anglosassone. Lo storico della scienza statunitense Marx Wartofsky usa il termine “historical epistemology” per riferirsi allo studio dell’influenza delle rappresentazioni o dei modelli sulla percezione umana, intesa come prassi cognitiva risultato non solo di un processo biologico, ma anche di una evoluzione storica e sociale (Models. Representation and the Scientific Understanding, 1979). Nello stesso solco sembra muoversi il filosofo della scienza polacco Jerzy Kmita (Problems in Historical Epistemology, 1980), il quale sostiene una sostanziale continuità, se non una vera e propria confusione, tra l’epistemologia storica e il materialismo storico.

 

Il secondo avvio dell’historical epistemology è indipendente non solo rispetto ai primi usi nel contesto dell’epistemologia marxista, ma anche alla tradizione epistemologica francese. Esso si deve ad un gruppo di storici e filosofi della scienza riunitisi nel 1982/1983 a Bielefeld per lavorare ad uno studio storico di un concetto epistemologico, quello di probabilità. Il gruppo, che comprende studiosi quali Lorraine Daston, Theodore Porter e Ian Hacking, è diretto da Lorenz Krüger, storico e filosofo della scienza tedesco e principale fautore della creazione del Max Planck Institute for the History of Science di Berlino. L’idea dell’istituto, che sarà poi effettivamente inaugurato solamente nel 1994, si consolida a Bielefeld, insieme all’idea che le sue ricerche debbano coniugare storia e filosofia della scienza sotto la bandiera dell’epistemologia storica.

 

Nei primi anni duemila, con il riacuirsi, in ambito anglosassone, del cosiddetto dibattito sul “matrimonio” tra storia e filosofia della scienza, si riaccende anche il dibattito sull’epistemologia storica e una serie di conferenze e pubblicazioni mette in luce la mancanza di una definizione univoca di questo tipo di epistemologia. In questo contesto, con “historical epistemology”, ci si riferisce generalmente a quelle ricerche che si propongono di storicizzare la forma delle dimostrazioni, gli standard di spiegazione o le categorie quali conoscenza, credenza, evidenza, oggettività o probabilità, che strutturano il pensiero scientifico. Riecheggiando il metodo archeologico foucaultiano, Hacking scrive che “la preistoria della probabilità è più importante della sua storia”, nella “misura in cui le precondizioni per l’emergenza del nostro concetto di probabilità hanno determinato la natura stessa di questo oggetto intellettuale” (The Emergence of Probability, 1975). Gli studi su concetti dalla portata apparentemente più circoscritta, quali ad esempio quelli di sessualità e di perversione (A. Davidson, The Emergence of Sexuality. Historical Epistemology and the Formation of Concepts, 2002), mettono in luce quell’intreccio tra storia dell’oggettività e storia della soggettività che costituisce un ulteriore elemento di continuità tra l’epistemologia storica contemporanea e la metodologia foucaultiana.

 

Le alternative teoriche tra cui si inserisce l’historical epistemology sono principalmente riconducibili alla storia culturale e alla storia sociale. Entrambe queste “storie” danno in un certo senso per scontato il loro oggetto d’indagine, l’una limitandosi all’analisi delle cause che lo producono, l’altra ai significati che esso genera per i membri di una data comunità. Anziché catene causali o reti di significati, l’epistemologia storica mette a fuoco la formazione di reti o sistemi concettuali governati da regole. L’historical epistemology intende rivedere, se non proprio abbandonare, alcune divisioni ancora operative in molta filosofia della scienza anglosassone, come la separazione netta tra fatti e valori, o tra contesto della scoperta e contesto della giustificazione. La nozione di metodo scientifico viene pluralizzata (si parla di “stili di ragionamento scientifici”) ed è il suo senso euristico, legato alla scoperta, più che quello logico, relativo alla validazione di un dato enunciato o teoria, ad essere considerato con maggiore attenzione. Ma mentre gli epistemologi storici francesi sembrano ritenere che la storia di un concetto serva non solo a comprenderne la traiettoria o il funzionamento, ma a fornire per così dire un test della sua validità, l’epistemologia storica contemporanea, più preoccupata di evitare le tendenze costruttivistiche e relativistiche di molta sociologia della conoscenza, intende generalmente storicizzare le categorie della scienza senza per questo rimetterne in questione la validità.

 

Da questa panoramica, senza dubbio parziale, si evince che non è possibile dare una risposta univoca alla domanda “che cos’è l’epistemologia storica?”, in quanto questa è stata intesa in sensi anche molto diversi tra loro, spesso in funzione degli specifici problemi posti da un determinato contesto filosofico. Sarebbe però sbagliato ritenere che i due quadri, quello francese e quello anglosassone, non avendo nessun legame storico forte, siano assolutamente “incommensurabili” anche a livello concettuale. In realtà, sia l’epistemologia storica francese che quella anglosassone assegnano alla storia della scienza il ruolo che nell’epistemologia tradizionale è affidato alla logica o alla teoria della scienza. In senso ampio, quindi, l’epistemologia storica può essere compresa come un’indagine sulle condizioni (sia concettuali che tecniche) tramite cui qualcosa può diventare un oggetto di sapere e di conoscenza scientifica più in particolare. Inoltre, con il termine “epistemologia storica”, ci si può riferire alla delimitazione di un insieme di problemi riguardanti le implicazioni delle diverse maniere di storicizzare l’epistemologia. Da questo punto di vista, le riflessioni, non solo di Bachelard, Canguilhem e Foucault, ma anche, tra gli altri, di Hélène Metzger e Alexandre Koyré, sul ruolo della storia della scienza nell’epistemologia possono portare un grande contributo ai dibattiti attuali sull’integrazione tra filosofia e storia della scienza.