Rubrica: What is...?

What is Essence? Essenzialismo vs Analisi modale

Agguantare la definizione di essenza significherebbe allora rispondere ad una domanda di “second’ordine”; una domanda che suona più o meno così: quale è la definizione di definizione?

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Introduzione

La nozione di essenza è, senza ombra di dubbio, antica quanto la filosofia stessa. Sotto un certo punto vista, risulta persino difficile separare nettamente le due: si potrebbe dire infatti che le essenze costituiscono l’oggetto peculiare della ricerca filosofia. Ma cosa sono queste essenze? Non c’è da stupirsi se trovare una definizione rigorosa della nozione di essenza possa rivelarsi un compito arduo, almeno quanto trovarne una che riesca a circoscrivere adeguatamente l’idea di attività filosofica.

Secondo una prima approssimazione, domandare quale è l’essenza di una cosa equivale a chiedersi cosa quella cosa realmente è; significa quindi trovare una risposta soddisfacente al famoso “ti es ti” di Platone o alle cosiddette “what-questions” della filosofia analitica contemporanea. Non senza ironia, un’ulteriore difficoltà si profila agli occhi del cercatore di essenze. Infatti, l’essenza di una determinata cosa è spesso intesa come la sua definizione. Agguantare la definizione di essenza significherebbe allora rispondere ad una domanda di “second’ordine”; una domanda che suona più o meno così: quale è la definizione di definizione?

 

Come spesso accade, la filosofia antica si rivela guida preziosa. Infatti, il termine “definizione” - in greco antico horos - significa letteralmente, “confine”, “limite”. Definire equivale quindi a tracciare una linea, a delimitare uno spazio, distinguendo accuratamente ciò che una cosa è da ciò che non è. Purtroppo però, e senza troppe sorprese, non possiamo fare a meno di notare di essere tornati al punto di partenza: come possiamo essere sicuri di tracciare dei buoni confini? Come decidiamo cosa includere e cosa no? In altre parole: cosa è la definizione di qualcosa?

La difficoltà di trovare una risposta esaustiva non è però un motivo sufficiente per considerare la nozione di essenza oscura o inutilizzabile, ma costituisce senza dubbio una delle principali ragioni per cui una parte degli esponenti del dibattito odierno in filosofia analitica la ritiene non ulteriormente analizzabile (in gergo, primitiva). Un’altra considerevole parte opta invece per la cosiddetta “analisi modale” tentando di spiegare la nozione di essenza tramite l’altrettanto rinomata nozione di necessità, spesso analizzata a sua volta attraverso quella di mondo possibile. È proprio di tale dibattito di cui mi occuperò in questo breve articolo. L’attenzione specifica ai temi di filosofia analitica contemporanea non impedirà però di integrare alla nostra spiegazione alcuni riferimenti storici fondamentali.

 

1) Essenza come necessità

Il punto di partenza del dibattito odierno sulle nozioni di essenza e necessità è un articolo pubblicato da Kit Fine nel 1994. L’articolo, intitolato “Essence and Modality”, suggerisce che la storia della filosofia abbia optato più o meno esplicitamente per un trattamento modale della nozione di essenza. Nel Topici, Aristotele descrive l’accidente come qualcosa che può o meno appartenere ad un oggetto; al contrario, ciò che non è accidentale, non può non appartenervi (102b6-7). Successivamente, la tradizione medievale ha recuperato quest’intuizione, soprattutto con Tommaso D’Aquino del De Ente et Essentia. Per una vera e propria caratterizzazione modale della nozione di essenza dobbiamo però aspettare John Stuart Mill che la definisce come “ciò senza cui una cosa non potrebbe né essere, né essere concepita”[1]. George Edward Moore fornirà poi una definizione più dettagliata: “la proprietà P è essenziale all’oggetto a se e solo (x = a) implica xP”[2]. L’approccio modale - che d’ora in avanti chiameremo (M) - diventa poi sistematico con lo sviluppo della Logica Modale Quantificata acquisendo la forma seguente:

(M) Un oggetto x ha F come proprietà essenziale se e solo se x ha F come proprietà necessaria. Esempio: Socrate è essenzialmente un essere umano se e solo se Socrate è necessariamente un essere umano[3].

I sostenitori di (M) si trovano dunque a dover affrontare la nozione di necessità. Questa può essere presa come primitiva[4] o essere ridotta a situazioni immaginarie e concepibili[5]. Il trattamento più comune è però, come anticipato, quello che sfrutta la nozione di mondo possibile: x ha F come proprietà necessaria se e solo se x ha F in tutti i mondi possibili (o in tutti i mondi in cui x esiste).[6] In generale, l’intuizione che sta dietro a (M) suggerisce che ciò che è essenziale a qualcosa è ciò che quella cosa non può perdere in nessuna situazione\mondo possibile.

 

2) Controesempi di Fine a (M)

Ciò che segna il successo di “Essence and Modality” è senza dubbio da cercare nei controesempi che Fine presenta a (M). In generale, i controesempi mostrano che (M) ha conseguenze controintuitive. In quanto segue, ne presenterò due.

            Il più famoso riguarda i cosiddetti oggetti insiemistici e sottolinea che (M) non rende conto di un’importante asimmetria che emerge nel rapporto di dipendenza fra membri e insiemi. Fine usa il caso di Socrate e l’insieme che contiene Socrate come unico oggetto, ovvero il singoletto di Socrate - in notazione insiemistica “{Socrate}”. Il fatto può essere espresso nei seguenti tre punti: 1) Necessariamente, {Socrate} esiste se Socrate esiste; 2) Necessariamente, Socrate appartiene a {Socrate} se entrambi esistono; 3) Essenzialmente, Socrate appartiene a {Socrate}. 1) e 2) seguono dalla cosiddetta teoria modale degli insiemi, mentre 3) deriva da (M) che consente il passaggio dalla necessità all’essenzialità. 3) è però controintuitivo. Come afferma Fine: “non c’è niente nella natura di una persona che fa sì che essa debba appartenere ad un insieme piuttosto che ad un altro” (p. 4).

            Il secondo controesempio riguarda la nozione di identità. Dato che Socrate e la Torre Eiffel sono entità necessariamente distinte una dall’altra, ne segue che Socrate è essenzialmente distinto dalla Torre Eiffel. Tuttavia, non sembra esserci niente nella natura specifica di Socrate che affermi il suo essere distinto dalla Torre Eiffel o da qualsiasi altro oggetto. In generale, (M) è quindi incapace di individuare la fonte da cui la necessità deriva e, di conseguenza, tratta indiscriminatamente gli oggetti come possibili fondamenti della verità delle proposizioni in cui compaiono.

 

3) Soluzione di Fine

La soluzione che Fine propone ai suoi stessi controesempi consiste in un’inversione del rapporto fra essenza e necessità. Al contrario di (M), la necessità è spiegata tramite l’essenza e non viceversa. In poche parole, una proprietà è necessaria perché è essenziale. Di conseguenza, tutte le proprietà necessarie ad un oggetto x sono essenziali a x, mentre l’inverso non vale. L’intuizione che sta dietro a tale inversione è che le essenze riescano, al contrario delle necessità, a individuare la fonte specifica da cui le necessità derivano. Per dirla con Fine, le essenze sono “un setaccio che svolge una funzione simile ma con una maglia molto più fine” (p. 3). Diremo quindi, ad esempio, che Socrate è necessariamente un uomo perché è nella natura di Socrate il fatto di essere un uomo. In altre parole, essere un uomo è una proprietà che Socrate non può perdere al costo di perdere la sua  stessa identità - il suo essere proprio Socrate e non qualcos’altro.

            Come spiegare però il fatto che alcuni oggetti hanno proprietà necessarie ma non essenziali (seguendo gli esempi di Fine, quella di Socrate di appartenere a {Socrate} e quella di Socrate di essere distinto dalla Torre Eiffel)? In questo caso Fine fa intervenire la nozione di essenza collettiva. Tale strategia ha come effetto quello di ultimare la riduzione della nozione di necessità a quella di essenza. Diremo allora che Socrate è necessariamente distinto dalla Torre Eiffel in virtù della natura di Socrate e della Torre Eiffel presi collettivamente. Come anticipato, il caso di Socrate e {Socrate}presenta invece un’asimmetria nel rapporto di essenzialità. Socrate appartiene necessariamente a {Socrate} non in virtù della natura di Socrate, ma di quella di {Socrate} che comprende, nella sua definizione, il fatto di avere Socrate come membro. Socrate quindi non appartiene essenzialmente a {Socrate}; la conseguenza controintuitiva espressa da 3) è quindi semplicemente falsa.

            La proposta di Fine prende il nome di Essenzialismo - d’ora in poi (E). In generale, (E) assume la seguente forma:

(E) Un oggetto x ha F come proprietà necessaria se e solo se x ha F in virtù dell’essenza (o natura) di uno o più oggetti x, y, z, w… presi insieme, ovvero se F appare nella definizione di uno o più oggetti x, y, z, w… presi insieme.

            Anche (E) ha radici filosofiche profonde. Fine riprende infatti la nozione di definizione come “formula dell’essenza” dalla Metafisica di Aristotele. Nella tradizione medievale, lo stesso Tommaso d’Aquino pensa gli accidenti necessari come derivati da essenze sostanziali. Altri casi possono invece essere ricondotti a studi in fenomenologia. Ad esempio, nelle Ricerche Logiche, Husserl descrive la necessità come “radicata” nelle essenze delle cose. Tuttavia, una formulazione rigorosa di (E) avviene solo con “Essence and Modality”. Dopo Fine, (E) è stato sviluppato e difeso da vari autori[7].

 

4) Contro (E)

“Essence and Modality” ha innescato un dibattito che ha tutt’oggi un grande seguito. Infatti, non tutti sono d’accordo con la sentenza Fineana. I tentativi di riabilitare la forza espressiva di (M) a discapito di (E) sono molti e diversi fra loro. In quanto segue, mi limiterò a presentare brevemente il più celebre. Mi impegno però a compensare con qualche ulteriore riferimento bibliografico.

            Il tentativo prende il nome di Sparse Modalism (SM) ed è presentato da Cowling (2013) e Wildman (2013) e recentemente sviluppato e difeso, inter alia, da De Melo (2019). (SM) aggiunge nozioni non modali a (M). Nello specifico, la componente non-modale deriva dalla differenza fra proprietà sparse e abbondanti che troviamo in Lewis (1983): le proprietà sparse sono perfettamente naturali; per dirlo con Lewis, sono quelle che intagliano la realtà seguendone le nervature (“they carve reality at the joints”) e che sono quindi a fondamento dell’oggettiva somiglianza e dei nessi causali fra gli oggetti (pp. 345-346)[8]; le proprietà abbondanti sono invece, sotto questo riguardo, irrilevanti. Dato (SM), l’essenza si riduce all’intersezione fra proprietà necessarie e proprietà sparse. (SM) assume quindi la seguente forma:

(SM) Un oggetto x ha F come proprietà essenziale se e solo se i) F è sparse e ii) F è necessaria a x.

Esempio: Socrate è essenzialmente uomo se e solo se i) essere uomo è sparse e ii) Socrate è uomo in tutti i mondi possibili (in cui esiste)[9].

            Vediamo adesso come (SM) risolve i controesempi a (M). Per quanto riguarda il caso di Socrate-{Socrate}, abbiamo due alternative: o “appartenere a {Socrate}” è una proprietà necessaria e abbondante e quindi Socrate non appartiene essenzialmente a {Socrate}, oppure “appartenere a {Socrate}” è una proprietà sia necessaria che sparse e quindi Socrate appartiene essenzialmente a {Socrate}. La prima alternativa è sostenuta in Cowling (2013). Wildman (2013) invece predilige la seconda argomentando che, se si adotta una particolare metafisica della matematica - la concezione platonica iterativa -, le conseguenze dell’analisi modale per gli oggetti insiemistici non sono in realtà controintuitive come Fine sostiene. Per quanto riguarda invece il caso di Socrate e la Torre Eiffel, la risposta è univoca: l’essere distinto dalla Torre Eiffel è una proprietà necessaria ma non sparse e quindi non essenziale a Socrate. In altre parole, essere distinto da qualcosa non fonda né somiglianze oggettive né nessi causali fra oggetti.

            Dato che (SM) considera sia la distinzione sparse/abbondanti che la necessità come primitive, mentre (E) si accontenta di utilizzare solo le essenze, (SM) risulta meno “economico” di (E). I sostenitori di (SM) hanno quindi l’onere di dimostrare che la riduzione Fineana non funziona. In Wildman (2019), l’autore tenta di mostrare che la nozione di proprietà essenziale contiene già, almeno in alcuni casi, un’intrinseca componente modale (in gergo, è “modally loaded”). Esempio: il fatto che una moneta lanciata in aria e recuperata fornisca essenzialmente testa o croce come risultato è un fatto di per sé “modally loaded”. Non è chiaro però quanto questi casi specifici inficino l’efficacia generale di (E).[10]

 

5) Conclusione

Malgrado il dibattito fra (M) e (E) svolga, come abbiamo avuto modo di osservare, un ruolo chiave nello sviluppo della filosofia analitica contemporanea, l’interesse nello studio delle proprietà essenziali è da cercare anche, e forse soprattutto, nelle applicazioni che se ne possono derivare.

            Ad esempio, Correia (2007) e Brogaard & Salerno (2013) presentano una versione di (M) che integra (e difende) la nozione, centrale in metafisica odierna, di mondo impossibile (ovvero di mondo in cui le leggi metafisiche, logiche, naturali, concettuali e nomologiche non valgono).[11] Zalta (2006) presenta invece un modo di conciliare (M) con il suo sistema formale per gli oggetti astratti (chiamato Object Theory). In particolare, la sua soluzione suggerisce la distinzione fra oggetti astratti, per cui (M) vale tout-court, e oggetti ordinari, che hanno invece come proprietà essenziali solo quelle che soddisfano nei mondi in cui sono concreti. Denby (2014) e Bovey (2020) aggiungono invece la nozione di intrinsecità all’analisi modale riportando quindi sulla scena contemporanea il dibattito fra proprietà interne ed esterne.

            Nel frattempo, l’analisi della modalità fornita da (E) guadagna terreno in diverse aree della filosofia. Giusto per citarne alcune, in Vetter (2020), l’autrice sottolinea alcune affinità fra (E) e potenzialismo, ovvero la teoria per cui la modalità è fondata nella potenzialità (o disposizione) intrinseca agli oggetti. In French (2017) la nozione di essenza è utilizzata per discutere il realismo strutturale ontico, l’idea secondo cui esistono solo le relazioni e non le sostanze. Infine, la nozione di essenza è strettamente connessa a quella di grounding che ha ultimamente riscosso un notevole successo soprattutto con Audi (2012), Correia & Skiles (2019) e con lo stesso Fine (2015). Si tratta quindi di comprendere che tipo di relazioni intercorrono fra essenze e grounding e in che modo queste nozioni possono essere impiegate.

            Dal mio punto di vista, (E) offre strumenti particolarmente adeguati a trattare questioni in filosofia della matematica. Questa strategia è impiegata, ad esempio, in Linnebo (2008) dove l’autore presenta la nozione di dipendenza ontologica intesa in termini di proprietà essenziali come presupposto per la difesa dello strutturalismo matematico. Un’altra applicazione di (E) che ritengo interessante nell’ambito della filosofia della matematica riguarda la teoria degli insiemi. Infatti, sebbene la teoria degli insiemi sia tanto rilevante da costituire un apparato concettuale entro il quale è possibile sviluppare in modo unitario tutta la matematica (o almeno quella anteriore all’avvento della teoria delle categorie), la nostra idea di insieme non sembra in fin dei conti così tanto chiara. Cosa sono gli insiemi? Hanno proprietà essenziali? E se sì, quali? Come capiamo la nozione di insieme e che ruolo svolgono le proprietà essenziali nella comprensione della teoria degli insiemi? Esistono relazioni fra insiemi di vario tipo e fra insiemi e membri che li costituiscono? E se sì, di che tipo di relazioni si tratta? È proprio all’interno di questo tipo di inchiesta che la riduzione delle proprietà necessarie a quelle essenziali proposta in (E) svolge un ruolo di fondamentale importanza.[12]

 

BIBLIOGRAFIA

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[1] Mill (1843), Libro. 1, Cap. VI, §2.

[2] Moore (1919), p. 293. Per precisione, Moore parla di relazione interna. Come si sostiene in Fine (1994) però la nozione di proprietà essenziale e quella di relazione interna finiscono, in questo contesto, per coincidere.

[3] Il trattamento modale della nozione di essenza per la Logica Modale Quantificata si trova ad esempio in Marcus (1967), Plantinga (1974), Stalnaker (1979), Kripke (1980) e Forbes (1985).

[4] Vedere ad esempio Forbes (1989).

[5] Vedere ad esempio Gendler & Hawthorne (2002).

[6] È solito far risalire la nozione di mondo possibile a Leibniz. L’attribuzione è tuttavia controversa. Per una spiegazione accurata della nozione di mondo possibile rinvio a Menzel (2013).

[7] Fra i vari, ricordo Correia (2006), Lowe (2008), Gorman (2005), Hale (2020), Skiles (2015) e Michels (2019).

[8] Non trovando nessuna traduzione adeguata del termine sparse, ho deciso di lasciarlo in inglese sperando che la definizione fornita sia di aiuto.

[9] Qualora venisse il dubbio che le proprietà sparse coincidano con quelle essenziali possiamo pensare alla proprietà “essere Minkowskiano” che è proprietà sparse di uno spazio-tempo, ma che non è essenziale perché non necessaria (lo spazio-tempo avrebbe infatti potuto essere Euclideo).

[10] Un altro tentativo di mostrare che (E) ha una semantica “modally loaded” si trova in Romero (2019). Un’altra strada interessante è intrapresa invece in Teitel (2017) dove si dimostra che (E) verifica il cosiddetto necessitarianismo, ovvero la tesi, solitamente considerata controintuitiva, per cui tutti gli oggetti esistono necessariamente.

[11] Per una presentazione dettagliata della nozione di mondo impossibile rimando a Berto & Jago [2019].

[12] Ringrazio di cuore Leonardo Ceragioli, Duccio Nobili e Michele Contente per aver letto le bozze di questo articolo e per i vari commenti utili.